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E LA MINERVA L’HA MAI TREMÀ!

E LA MINERVA L’HA MAI TREMÀ!

GIORGIO RONCARI

“E la Minerva l’ha mai tremà, e mai la trema, né la tremerà” Con questo motivo cantato sull’aria della ‘biondina capricciosa garibaldina’, cominciava l’inno della Minerva, da cantare nelle ricorrenze ufficiali quali il carnevale, in gita, o alla cena sociale, con la tazza in mano, stravaccati sulle sedie che scanchignavano e pareva si spaccassero da un momento all’altro sotto quel continuo dondolare sconnesso.
La Minerva, ufficialmente era la società della tazza perché i soci erano obbligati, dietro multa, a bere nella loro caraffa numerata quando si trovavano in sede, cioè al Circolo. Aveva però anche altri appellativi come la società del buonumore, dei giovani, del carnevale, delle baraccate, degli uomini; sì perchè potevano iscriversi solo i maschi, ma, d'altronde, allora chi era quella donna che andava all’osteria? Le donne dovevano stare a casa a fare i mestieri o la calzetta. Insomma era un sodalizio maschilista o, come dicono in TV che parlano strano, ’sessista’.
La sua nascita è avvolta nell’oscurità. Era il 1947, la guerra era ormai alle spalle e la gente aveva voglia di divertirsi. Allora la situazione del comune era quella che era, una grande ammucchiata di paesi, osteggiata e mal vista dalla gente e la Pro Loco era un qualcosa di estraneo che si concentrava prevalentemente sulla Canonica. Bisognava che qualcuno si organizzasse e programmasse divertimenti e manifestazioni a Cuvio. Avevano già tentato i ‘Visigant’ di dare una smossa, un gruppo di giovani che avevano sede dal Turati al Cavallino, ma non erano stati molto incisivi e furono soppiantati dalla Minerva.
A idearla furono 5 o 6 giovanotti, un pomeriggio di una domenica d’ottobre, tornando dal cinema di Canonica. Di sicuro c’erano il Claudino Peruggia, suo fratello Giulin Negher, il Ciümin Roncari, il Nazzareno della Sofia e degli altri si è perso il nome, quasi tutta gente con una gran voglia di dimenticare i lunghi anni in divisa sui vari fronti e anche di prigionia. Su due piedi miserò giù le regole basilari: solo uomini dai 17 anni in su; solamente di Cuvio-Cuvio (quindi fuori le frazioni); e un numero chiuso di 48 boccali. Sede al Circolo ‘che è casa nostra’ come venne scritto nello Statuto.
“E cume la ciàmum” si dissero una volta stabilito il di più. Leggenda narra che qualcuno, pare il Ciümin, nell’accendere una sigaretta che teneva tra le labbra, avesse avuto l’estro di leggere ad alta voce la marca dei fiammiferi: “Perché la ciàmum mia Minerva?”. Il nome piacque e Minerva fù.
I minerva erano fiammiferi piatti, ‘a pettine’, in piccole custodie a copertina da dove li dovevi staccare con forza, - chissà se ci sono ancora - erano più piccoli dei zolfanelli famigliari ma più grossi dei cerini e avevano la particolarità di accendersi solo se sfregati sulla striscia fosforica posta in basso. Nessuno di quei pionieri sapeva che a Trieste già da un secolo e mezzo c’era una società culturale omonima che forse aveva l’esclusiva del nome, il copyright, (come dicono i giovani che sono avanti) ma d’altronde “se vardum tütt se fa nagott...” Si aprirono le iscrizioni e in poco tempo la società si organizzò. Il Claudino fu eletto presidente e cominciarono le feste.
“E la Minerva l’ha mai tremà, e mai la trema, né la tremerà – E fin chel düra ul bursin del vecio, cioca e baraca in società.” Quattro erano gli appuntamenti annuali: il veglione di capodanno, le feste di carnevale, i giochi di ferragosto e la gita, ai quali andava aggiunto, per concludere l’anno in baldoria, il pranzo sociale.
Ai veglioni di Capodanno e di Carnevale, per sicurezza si sottoarmava il salone del Circolo e a suonare erano i musicisti della banda del paese, i più ‘uregiatt’, quelli che più sentivano la musica, come il Carletto Bardell alla tromba, il Giulin Negher con la fisarmonica, il Carlucio dell’Angelocarlota alla batteria che avevano messo sù ‘Il Trio Verde’, funamboli delle note capaci di far infuriare il don Ermanno perchè si erano permessi di suonare in quaresima. E poi c’erano i fratelli Renzo e Carlo Masee, il Piero Sesin col quartino, il Carletto Salvadoo al sax, e finanche il Lilliano Rosa di Cavona alla fisa, tutta gente musicalmente estrosa e pronta di nota sia per una serata da ballo che per una ‘ranscetada’.
Se, per gli intrattenimenti danzanti, col tempo vennero contattati complessi più o meno professionali, per le altre feste a farla da padrone era il ‘ranscet’, come è ancora oggi chiamata a Cuvio la bandella improvvisata. In altri paesi usano diversi appellativi come bandin o bruschet o viscurela, ma a Cuvio è sempre stato ‘ranscet’, termine derivato dal vecchio teatro Ranscet di Varese (poi Politeama) dove, un secolo fa, si esibiva un’apprezzata orchestra. Era soprattutto per le feste del carnevale che il ‘ranscet’ era indispensabile, quando si trattava di fare il giro del paese al sabato per raccogliere offerte e cibarie, la sfilata mascherata della domenica con il carro e la cuccagna, e infine il falò in montagna la domenica dopo. A quelle feste hanno suonato, e fatto baldoria, generazione dopo generazione, tutti i bandisti e anch’io ho fatto al mia parte. ‘Bevute lunghe suonate corte’ come diceva il Grossi da Crescenzago, insuperabile tromba e instancabile suonatore.
Caratteristiche del carnevale erano la polenta coi sarak, sarde salate che ti facevano bere (e queste ci sono ancora), ma sopratutrto la crema di cioccolato fatta su a spirale proprio come uno stronzo e offerta nel vaso da notte. Buona si ma che impressione. Il carnevale della Minerva terminava la domenica dopo, al Circolo, quando, bruciato il falò in montagna, ci si ritrovava tutti per la ‘rustisciada’, luganiga impastata con uova, cipolle e verdure da mangiare con la polenta. Adesso li chiamano ‘bruscitt’ ma è termine bustocco portato alla notorietà dai Legnanesi, per noi ‘bupp de Cüvi’ resta sempre la ‘rustisciada’.
“E la Minerva l’ha mai tremà, e mai la trema, né la tremerà – E fin chel düra ul bursin del vecio, cioca e baraca in società – E tu biondina capricciosa garibaldina trullallà, tu sei la stella di noi soldà”. Ma siccome la Minerva era una società per sua natura goliardica e spensierata, c’era sempre qualcuno che, dopo abbondanti libagioni, storpiava il refrain e così la biondina garibaldina finiva per prenderlo sotto alla pecorina sul sofà, mentre la campagnola reginella, per non esser da meno, con cin ghei la feceva vedere, cun des la faceva toccare e cun vint addirittura adoperare in mezzo al prà.
Eccezionale fu la sfilata in maschera del ’64 a Laveno, dove in quegli anni si tenevano dei gran carnevaloni. Venne organizzato tutto per bene. Il Pasquale Bailo, che era un bambino, ad aprire il gruppo con il cartello della Minerva, poi il carro a rappresentare un bizzarro circo, allegoria di come il mondo, già allora, andasse alla rovescia, con l’Albino travestito da orso e il Gollini a fare il piccolo domatore in gabbia. Quindi alcuni gruppi e maschere: il Didon a guidare la topolino della Tv che saliva e scendeva il corteo con l’Osvaldo Miglierini a fare da operatore attaccato ad una fantasmagorica macchina da presa; l’Angiulin Savin con un eccentrico tutù di pizzo, mutandoni e ombrellino a danzare sulle punte accompagnato dal Bepe Ragazzi; il Gin Bardell con un’improponibile sciuera spacciata come trasporto celere per Vararo, e poi il Bruno Furigo e l’Orazio Bianchi a portainsegne, e altri ancora con il Violini a fare da gran cerimoniere. Anche la banda aveva fatto la sua parte sfilando e suonando in maschera al completo fra stelle filanti e coriandoli. Un successone! Mezzo paese era giù a Laveno ad applaudire e c’è gente che a raccontarla ci viene ancora la pelle di cappone.
A Ferragosto, tutti al campo sportivo perché, immancabilmente, c’era la partita di pallone, o come dicevano i vecchi, di fruboll, sì perché il calcio era un’altra cosa, a partire dall’arbitro, il Gin Bianch, che si presentava impeccabile in frack e tuba che pareva Ollio, all’abbigiamento dove spesso si vedevano buffi foulard in fronte e ridicole ginocchiere. A volte si sfidavano scapoli contro ammogliati, o grassi e magri, ma la sfida delle sfide quella che riempiva lo stadio ‘Franco Mosca’ era ‘Cuviesi-Milanesi’. Anche qui a correre dietro alla palla, sono passate tante generazioni e non era scontato che tutto si svolgesse nel clima del ‘tutti amici’, qualche litigio poteva scoppiare perché rusiatt e sciavatoni non mancavano in entrambi gli schieramenti. Poi tutto finiva a salamini e vino col ranscet che taccava là qualcuna delle sue ranscetate come quella dei barachitt o il pavun de Ghirla che lusciava tutte le donne in tempo di confessione e via di questo passo, perché ‘che piov, fioca o tempesta, par la Minerva l’è sempur festa’, e quando il Carletto col suo sax suonava ‘Il mare’, il Claudino immancabilmente si commuoveva.

Le disfide con i milanesi non si limitavano al solo calcio, a volte proseguivano con le carte o le bocce, e se il paladino dei milanesi era l’Osvaldo Cattaneo eclettico in ogni campo, a difendere l’onore dei cuviesi c’era il Giuliano Costa, versatile in ogni disciplina.
Ad animare e presentare feste e spettacoli c’era, spiker ufficiale, il prolissoluquo Gianfranco Violini che ogni due x tre ricordava a tutti che Cuvio era la piccola Parigi. Per anni e anni il Violini ha ravvivato e vivacizzato ogni manifestazione, facendo del microfono una prolunga elettronica della mano.
Le gite furono una novità d’avanguardia. Fino allora le passeggiate erano per lo più quelle organizzate dal don Somaini, pellegrinaggi dove non si visitavano che santuari e chiese tra preghiere e salmi, ora invece si poteva andare all’avventura e Divertirsi con la ‘di’ maiuscola. Si racconta che il numero degli iscritti fosse stato stabilito proprio in base ai posti sul pulmann: 48. La prima scampagnata pare venne fatta a Oropa, guarda caso un santuario, ma il vino e il buonumore non mancarono. La seconda fu Superga a pregare per i campioni del grande Torino da poco periti con l’aereo. Si mangiavano rigorosamente sanguiss e viveri portati da casa e ci volle del tempo prima che il benessere permettesse di pranzare nei ristoranti; da allora le località visitate non vennero più ricordate per i monumenti o le piazze, ma per quello che si era mangiato: “a Bergum gan purtà tanta de chela ròba … a Gardun sem propi stai maa…”, e via di questo passo.
Molte gite sono passate alla storia per qualche anedoto più o meno gustoso, come quella volta in cui si ritrovarono intrappolati in una stradina chiusa di montagna, tanto stretta e tortuosa da dover girare il pulman con gli stanghetti reperiti sul posto, per riuscire a tornare. Episodio epico e meraviglioso.
Anche alle passeggiate potevano partecipare solo agli uomini, però intorno alla fine degli anni ‘70, furono ammesse anche le donne. Fu una rivoluzione epocale voluta dall’Osvaldo Miglierini, allora presidente, dopo infinite e accese discussioni. E sempre l’Osvaldo allargò il numero dei soci: da 48 a 62. Ricordo che per l’occasione si cambiarono tutte le tazze che comprammo dal Forlini di Gavirate.
“Trapulin de ciapà i ratt, sidelin de mung i vacch…”
L’anno si chiudeva con il pranzo sociale. Alle origini le casse della società erano così misere che ogni socio doveva portare piatti e posate - roba che detta adesso fa ridere i polli - finchè il Circolo, con sacrificio, si decise a prendere un servizo da 50. Erano baraccate senza fine dove correvano litri di leccese, il vino più a buon mercato, che terminavano in canti, mentre spagnolette e mandarini, portati a cassette dal Magagna, immancabilmente, si spargevano sulla tavolata. Cosicchè tutti resignavano, cantavano e sputacchiavano, con le sedie che scanchignavano.
Le assemblee erano per norma agitate perché ‘tanti cò tanti bò’ e poi ogni anno c’era da rinnovare il consiglio e il presidente. A volte l’agitazione montava in concitazione con discussioni a non finire e qualcuno che prendeva e andava sbattendo la porta. Così fece il Violini, allora presidente, quella volta che la Pro Loco gli aveva chiesto a prestito l’impianto di altoparlanti per una delle loro feste. Lui, che aveva speso una parola d’assenso con l’altro presidente, il Peppino Sartorio, si ritrovò invece l’assemblea contraria e, ipso facto, diede le dimissioni uscendo dal salone. In quegli anni le due società non si ‘usmavano’ tanto, non c’era feeling, come si dice oggi.
La Minerva negli anni ideò anche altre manifestazioni, come le scampagnate in Arcumeggia, e le feste nel bosco di Lesc dove tutto il paese poteva partecipare. Domeniche indimenticabili di baldorie, bagordi, mangiate, bevute, suonate e cantate.
‘Scià un liter de chel bun …par la cumpagnia. - Ohi tusan lasem pisà …la sigareta.’
Ma venne il momento che anche la Minerva cominciò a tremare. Vari fattori erano arrivati a minarne la sopravvivenza non ultimo il declino del Circolo come polo d’aggregazione del paese e particolarmente la crescita d’importanza della Pro Cuvio nell’organizzare manifestazioni e feste per la qual cosa, le nuove generazioni presero ad indirizzarsi verso quella società poliedrica. Gli ultimi dirigenti, il Ghion e poi il Mangolini, cercarono di resistere ma alla fine, con l’arrivo del nuovo millennio, poco più di mezzo secolo dopo la sua costituzione, la gloriosa Minerva dovette arrendersi e riporre le insegne.
Comunque, se voi provate a chiedere a quelli di Cuvio cosa sia la Minerva, di certo non vi risponderanno la Dea della guerra e della saggezza, bensi la società della tazza e del buon umore perchè “…la Minerva l’ha mai tremà…’
Giorgio Roncari                                                                                                 [giorgio.roncari@virgilio.it]

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