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A ROMA IN BICICLETTA PER PORTARE A CASA L'INDULGENZA

A ROMA IN BICICLETTA PER PORTARE A CASA L’INDULGENZA

Visto che quest'anno è l'Anno Santo della Misericordia e più d'uno ha fatto o farà la via Francigena, ci è parso divertente narrare, così alla mano come ci è stata l'ha raccontata, l’avventura vissuta a cavallo di una bicicletta, qualche anno fa, da due ragazzi cuviesi in occasione di un altro Giubileo, quello del 1950 e i due pellegrini erano Antonio Maggi 'Bardell'  e Giuseppe 'Zepp' Sonvico.
‘Correva l’Anno Santo 1950 e c’era il Giubileo a Roma...’ Così attacca, il Tonio Maggi, a contare sù la sua incredibile avventura di gioventù. A lui ci piaceva correre un pò in bicicletta e così c’è venuto la voglia di andare giù fino a Roma, per portare a casa l’indulgenza con la bici.
‘òh! - ci fanno i suoi- come fai che gh’è mia ur temp. C’è da segare e fare tutti i mestieri’. - ’El trövi ur temp’ ci à risposto lui. Poi è andato al Circolo per trovare qualcuno che ci andava dietro per non andar da solo. Ce l’ha detto al Vezio Battistelli, al Mundin Maggi e a due o tre d’altri. Pareva che tutti fossero d’accordo: ‘Se ghe vöör a naa a Roma in bicicleta!?’ ma poi si sono tirati indietro tutti. ‘Vegni mì!’ Ha detto allora il Zepp Sonvico.
Il Tonio ci aveva 23 anni ed il Zepp 18 e la Tilde, sua mamma, a sentire quella di star via dieci giorni in bicicletta si preoccupava : ‘Me racumandi, - ci diceva al Tonio - dagh un òcc ar mè toos, ti che te se püsèe vecc’.
A Roma c’era giù il Pino Roncari a fare il cameriere alla ‘Casina Valadiè’, e così han pensato bene di scriverci una cartolina per avvisarlo che sariano rivati il giorno tot nel posto tale e lui ci avrebbe dato un aiuto. Il Don Somaini, poi, ci ha messo giù una lettera coi fiocchi, da presentarci ‘all’Amministrazione dei Palazzi Apostolici per conferire, in un’eventuale udienza generale, col S. Padre’. Insomma avevano studiato le cose polito, avevano anche preso una cartina e guardato le strade da fare: la pianura, gli Appennini, le colline. Programma: tre giorni a ‘ndare, tre giorni a stare, e tre giorni a nire.
Il 13 d’agosto, una domenica, son partiti. Prima tappa Cuvio - Bologna; 330 chilometri. Rivano a Casalzuigno e il Tonio fa: ‘Zepp cumìncium benn; emm fa tri chilometri e ù già furà!’. Cambiano il palmer e via fino a Bologna senza fermarsi se non a mangiare un sanguiss a mezdì. E’ stata lunga anche se era tutta pianura, perché le bici che doperavano, pesavano undici chili e passa e ci avevano uno zainetto in spalla, uno sulla canna e due borsette taccate sù sulla ruota di dietro.
A Bologna han trovato un paesano che è stato generoso; li ha fatti dormire nella cascina e    siccome ci avevano una fame del boia, ci ha picchiato là una tazza di polenta e lacc. ‘Una manna’. Sono ripartiti alle cinque di mattina tutti entusiasti, e si son detti ‘Oste, se ‘ndiamo di questo passo stasira semm a Roma’. Dopo una decina di chilometri però, comincia la salita: il Passo della Raticosa e poi quello della Futa. Su è giù per sta montagna, dove che passava il Giro d’Italia, per quaranta chilometri col Zepp che ci facevano male le gambe tanto che il Tonio ha dovuto strusarlo con una corda. Poi ci son passati i crampi e han pedalato, pedalato e pedalato fino al lago Trasimeno: 270 km. Lì han dovuto fermarsi perché  c’è venuto sù un temporale della madocina. Altra cascina per dormire. ‘Che non fumate miha?’ci ha chiesto il contadino che aveva paura degli incendi, ma loro non erano capaci.
Il terzo giorno, come da tabella, dovevano arrivare a Roma: solo 200 km. ‘Vardala la sota’ fa il Zepp, dopo un pò che scendevano le colline. Si Roma era bella dall’alto, ma in quel momento ci avevano addosso una fame da lupi e non avevano più nagott da magiare. Potevano comprare due pagnotte ma erano golosi e han comprato due scatolette di un chilo di marmellata e l’han mangiata tutta con le dita, intanto che pedalavano perché non volevano perder tempo: alla fine c’è venuta una bocca gonfia così.
Alle nove di sera erano in Piazza del Popolo ma il Pino Roncari non c’era. Han tirato sù e si son presentati alla ‘Casina Valadiè’, sul Pincio: ‘C’è quì il Pino Roncari?’ ci han chiesto. ‘Si lavvora guì ma mmò se n’è ggià annato e non sapemo dove che abbiti.’ han risposto. Il Pino non ce lo diceva per paura che lo chiamassero fuori orario. ’Mo se femm? - si son detti - Spècium!’ E mentre il Tonio si è buttato giù, su un prato a riposare, il Zepp si è messo a girare li appresso. Nel buio ha visto tre ombre venirci incontro. ‘Quello lì l’è il Pino’ si é detto guardando bene uno dei tre.
‘Piiino ....Piiino...sem nüngh...’ l’à chiamato, e intanto si era svegliato il Tonio. Il Pino in un primo momento non ci ha fatto caso, poi sentendo parlare in dialetto, si è avvicinato ed è rimasto lì: ‘Se fi chi vialter?’ci ha chiesto proprio come uno che non sapeva niente - ‘Te mia rivà la cartulina’ ci han chiesto. - ‘A mi no!’ (l’è arrivata dieci giorni dopo). Insomma non è stato lì tanto, li ha portati a mangiare la pizza che loro non avevano mai visto e ci pareva un parò salato, neanche tanto buono. Poi li ha portati a casa sua per quella notte, ma era un localino tanto piccolo che facevano proprio fatica a starci, loro tre e le biciclette, e così il giorno dopo ci ha trovato una stanza presso una nobildonna decaduta che arrotondava affittando camere: un’aristocratica che faceva fin soggezione.
Son stati giù tre giorni, e han visitato Roma con la cartina in mano. Han fatto una fotografia tutti e tre sulla cupola di S. Pietro; ma il Papa l’han mica visto perchè era a Castel Gandolfo. Sono venuti a casa passando da Viareggio per non fare le stesse strade di prima e vedere così un altro panorama. L’han presa comoda: ci han messo quattro giorni. Mangiavano dove vedevano che c’eran fuori i camios perché lì c’è la cucina buona.
Son rivati in cima alla Cisa e al Tonio si crepa la forcella. Sono stati obbligati a fare la discesa piano, piano, finché han trovato uno che ce l’ha saldata alla bella e meglio ma non gli assicurava fino a quando teneva. Ha tenuto fino a casa. ‘Emm spendù des mila cincent franch in tütt, ma èm purtà a cà l’indulgenza!’...Però il sedere ci ha dolorato un mese.’ Conclude il Tonio.
Giorgio Roncari.
    
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