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CHESCHÌ L’È UL COPPI E CHESTU CHI SUM MI

CHESCHÌ L’È UL COPPI E CHESTU CHI SUM MI

QUANDO IL COVA RICORDAVA LE SUE ESPERIENZE DI POLIZIOTTO MOTOCICLISTA AL SEGUITO DEL GIRO D'ITALIA E ALTRE CLASSICHE di Giorgio Roncari

Carlo Cova, nativo di Abbiategrasso, arrivò a Cuvio con la famiglia negli anni Sessanta diventando uno di quei personaggi particolari e caratteristici che animano i nostri paesi. Appassionato di poesia, aveva un verso per ogni occasione. Assieme al Bruno Panozzo, fu lo storico bidello delle scuole medie di Canonica. Per trent’anni era stato poliziotto motociclista facendo da scorta a molte corse in bicicletta. Oltre trent’anni fa, per il nostro giornalino oratoriale col quale collaborava saltuariamente, l’indimenticabile ‘Ropp de Bupp’ che ha registrato la vita e le cronache del paese per un quarto di secolo, lo intervistai. Visto che siamo in clima ‘Giro d’Italia’, siamo andati a riprenderla quell’intervista che parla di vecchi campioni e di un ciclismo che non c'è più. Ci spiace solo che la foto pubblicata, vista la qualità del nostro ciclostile di allora, sia di pessima qualità.
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"Chi l'è cheschì" mi dice un giorno il Carlo Cova mostrandomi una vecchia pagina di giornale.
”L’è 'l Coppi" dico io.
“Quell'altro della Polizia Stradale…" precisa lui indicandomelo. Dopo un attimo, visto il mio silenzio, fa "Sun mì". Coi baffi non l'avrei mai riconosciuto.
“Come - dico - ha conosciuto il Coppi e non ce l'ha mai detto. Cosa ci faceva lì.”
Lui mi dice che non ha conosciuto solo il Coppi, ma anche il Bartali e tanti altri e mi mostra delle fotografie: "Cheschì l'è ul Guerra quando era già anziano e faceva il direttore sportivo."
Intanto che sfoglio le foto, lui mi racconta che quando era nella Polstrada, negli anni 50, ha scortato parecchie corse: Tre giri d'Italia, otto Tre Valli, tre o quattro Sanremo, un Campionato del Mondo, quello di Varese del 1951 vinto da Kubler, e poi Giri di Lombardia, Toscana, Emilia, Lazio, Campionati Italiani e altre corse in linea ancora.
“Osteria - dico - qui bisogna fare un'intervista, chissà quante cose ha da raccontare" e,  preso un foglio ed una biro, comincio, tanto per rimanere in tema, a chiedergli qualcosa del Coppi.
Lui fa un sorrisetto poi mi dice che con il Fausto si sono parlati più d’una volta. "Era un grosso personaggio; parlava poco ma era gentile e sorrideva a tutti. In gara aveva delle ‘trenate’, delle accelerazioni improvvise, di 50 Km all'ora e se i suoi avversari non lo riprendevano nei primi 50 metri lo rivedevano all’arrivo. Aveva una camminata un po' contadinesca, ma in bici, l’era un Dio, aleggiava… aveva le ali."
“Un anno - continua - il giro sconfinò in Francia e mi ricordo che all'albergo dove alloggiava la Bianchi, la sua squadra, un'anziana signora francese, truccata ed inanellata, mostrò al Campionissimo il suo cagnolino ed in uno stentato italiano, certa di fargli piacere, disse che l'aveva chiamato Fòstò, in suo onore. Lui, sorrise gentile ma, a denti stretti e in dialetto alessandrino, la mandò a quel paese.
"E di Bartali cosa dice". È naturale pensare a Bartali dopo Coppi.
"Bartali parlava tanto e gli piaceva scherzare anche in corsa dove raccontava sempre barzellette. In Toscana, quando si allenava, l'ho visto più di una volta, chiamato dai Salesiani in passeggiata, fermarsi e fare autografi sui loro breviari. Il Ginettaccio dalla lingua tagliente era molto religioso, si sa, e quando vinceva invece di gettare il mazzo di fiori ai tifosi, li portava in chiesa ringraziando in preghiera la Madonna."
“E di altri corridori…" chiedo ancora.
"Beh c'era Pierino Baffi, detto Pierino la peste per le sue ragazzate. Una volta nella tappa Roma - Napoli c'era un caldo afoso, la sete era tanta ed i gregari si dannavano inutilmente l’anima per cercare acqua. Finalmente a Terracina si trovarono alcune fontanelle che vennero subito prese d’assalto. Data la calca, Baffi non perse tempo alle fontane ma, adocchiato un tavolino fuori da un ristorante dove facevano bella vista quattro bottiglie di minerale ed una di vino bianco, con un guizzo arraffò i quattro angoli di una tovaglia e via. In gruppo risero tutti e più di d’altri lui, perché se i suoi compagni bevvero l'acqua, il Pierino invece si scolò tutto il bianco.
Per i corridori al giro il problema più grosso era la sete, specialmente nel sud dissetarsi diventava davvero difficile. Capitava spesso che in cima alle salite c’erano ambulanti con banchi pieni di bibite ed i gregari allora ci davano dentro a portar via bottiglie e bottigliette senza curarsi delle urla dei banconieri. Poi arrivavano i dirigenti delle varie squadre che aprivano i portafogli e far cessare i 'lamenti greci’.
Una volta - continua - un biondo scandinavo nell'attraversare Montecatini, per placare la sete bevve acqua offerta dai tifosi. 'Good' mi disse ma mezz'ora dopo, a Pisa, lo rividi pallido 'No good water’ fece. Tre volte gli aveva fatto l’effetto purga".
"Eppoi ricordo De Filippis - riprende - torinese, detto 'il Cit', bel campione, grande velocista ma un po' stravagante. Soffriva le salite ed una volta, poco prima della vetta, si fermò in una trattoria, si fece dare pane, gorgonzola ed una bottiglia di Lambrusco e riprese tranquillamente mangiando e bevendo come se fosse in gita tra l’incredulità del suo patron.”
"E gli stranieri?" insisto sempre più curioso.
"Rick Van Loy, il fiammingo, era il re delle volate! Lo chiamavano 'Unghia' per le zampate vincenti sotto lo striscione. S'adattava a fare anche il gregario se poteva favorire un compagno di squadra come quella volta in una tappa che arrivava a Trento, quando dopo 45 minuti di discesa in una strada dal fondo impantanato e carognoso, alle porte della città si ritrovarono in fuga in tre: lui, Favero suo compagno e Poblet lo spagnolo. Io ero davanti ai tre di una decina di metri e quando entrammo nella pista di arrivo mi fermai al centro per assistere alla volata. Van Loy tirò deciso fino ai 50 metri poi, per favorire Favero, giovane speranza veneta, che era alla sua ruota, si spostò. Favero ci mise l’anima ma in violata era proprio negato e così Poblet, che era l’unico velocista spagnolo, lo passò sul filo. Cinque minuti dopo Favero stava ancora singhiozzando deluso, il fiammingo gli si avvicinò sorridendo cercando di consolarlo e con una pacca sulle spalle. Era un signore e pensare che avrebbe potuto vincere comodo lui.“
E poi Koblet il bello. – continua – Svizzero. Ricordo che, quando vinceva, i fotografi dovevano pazientare perché lui prima doveva sistemare la sua chioma.”
"E di Anquetil cosa mi racconta" continuo a chiedergli io che da piccolo stravedevo per il normanno.
"Beh Anquetil non ho avuto particolari occasioni di conoscerlo. Parlava poco e sempre solo in francese. Mi ricordo che, in prossimità degli arrivi, lo si sentiva spesso urlare: ‘Attention à Pamblanc, il est un grand finisseur’. Pambianco, infatti, negli ultimi chilometri aveva degli scatti forsennati e due volte soffiò il giro ad Anquetill."
Fa un attimo di pausa e poi prende a parlare di Severino Canavesi "Il numero 2 del ciclismo varesino - dice e si capisce che racconta di qualcosa che gli sta a cuore - In quegli anni una volta, durante una corsa, aveva la vittoria in tasca, ma fermatosi a cambiare il tubolare, venne 'strisciato' da una macchina anonima (ma non troppo) che lo fece ruzzolare sopra la bici. Perse alcuni minuti ed arrivò mostrando i pugni. Ma se come corridore era forte, di animo era mite, e poi la sua squadra dell’epoca non aveva santi in paradiso e così vinse Magni per 11 secondi.”
Qui però deve aver fatto un poco di confusione tra il giro del 1939 quando Canavesi, secondo in classifica, fuggì sulle Dolomiti divenendo la virtuale maglia rosa, ma fu accidentalmente investito dal suo manager della Gloria, cadde, si rialzò, ma chiuse la corsa rosa al 4° posto, e quello del '48 vinto da Magni, fra mille polemiche per spinte ricevute sulle Dolomiti, con 11 secondi su Ezio Cecchi anch’egli della Gloria. Canavesi da Gorla Maggiore, invece al giro giunse due volte terzo - ’36 e ’38 - ma è stato l’unico corridore a vincere il titolo di Campione d’Italia correndo da isolato, come si dicevano allora i ciclisti senza squadra, nel '45 ad Angera dopo una fuga di 200 km, resistendo alla folle rincorsa di Bartali, Coppi e altri campioni.
“Pensa che vent'anni fa sono andato a Gorla a trovarlo – continua - e lui mi accolse fraternamente. La sua trattoria era piena di clienti ma ugualmente volle portarmi in cucina dove apparecchiò per me e dove parlammo di ciclismo per più di due ore. Un po' a parole e un po' a gesti perché Canavesi era completamente sordo. – specifica e mi scappa da ridere se penso che anche il Cova è storno - Il posto numero 2 in provincia è un onore! - sentenzia - Al di sopra di lui c’è e sempre ci sarà sua maestà Alfredo Binda."
"Mi pare di capire che un po’ di camorra fra i corridori c'era." Butto lì.
“Insomma. - fa lui - Petrucci vinse due volte la Milano - Sanremo con l'aiuto di Coppi che frenava il gruppo, poi la terza volta Fausto disse ‘adesso basta, un po' anche agli altri!’ e si aggrappò al sellino di Loreto e così cominciò il dominio degli stranieri.” ...che vinsero 16 anni di filato.
Ma dopo tanti corridori mi parli un poco delle sue mansioni di motociclista" lo stimolo.
"Alla mattina noi della Polstrada dovevamo essere sul luogo della partenza mezzora prima per controllare la fida Guzzi che già avevamo messo a punto la sera prima e per fare, ovviamente, anche compiti di pubblica sicurezza, primo fra tutti controllare i tifosi. Mezz'ora prima del 'via’ la Gazzetta distribuiva sacchetti contenenti alimenti magri, allora non si usava dire dietetici, che erano il nostro pranzo durante le 7-8 ore di gara. Il menù era uguale per tutti; corridori, noi della scorta, giornalisti, autisti ecc.
Poi c'era la corsa e noi della Polstrada avevamo il compito di metterci davanti ai vari gruppetti che venivano a formarsi, oppure di aprire e chiudere la carovana. Ognuno aveva il suo ruolo fisso ed un anno mi capitò di essere alla testa dei primi o, come si diceva, la 'bandiera gialla'.
All'arrivo poi dovevamo essere presenti fino al decongestionamento del traffico e siccome in tutte le città o paesi sedi di tappa c’era sempre un mare di gente che poi si riversava nei bar, alle volte capitava di dover presenziare per parecchio tempo. Poi pulizia e controllo capillare alla moto con rifornimento benzina e finalmente a farci una doccia ristoratrice tanto desiderata in un albergo di I categoria con camere singole. Quindi cena e, se non eravamo troppo stanchi, una passeggiata.
Un anno a Vasto, in Abruzzo, non si trovò un albergo per noi polizziotti, fu l'unica volta che successe, così ci fecero dormire in un convento di frati dove non c'erano né acqua né gabinetti. Al mattino abbiamo fatto toeletta in mutande e centauri, come si chiamavano i nostri stivaloni, ad una fontanella distante 50 metri con a tergo i servizi, mentre i frati ci preparavano caffelatte con pane raffermo, raccolto fra la popolazione.”
Gli chiedo com’era la situazione durante la corsa.
"Devi tenere presente che le strade a quel tempo non erano pulite e tutte asfaltate come oggi. Le segnalazioni poi erano molto scarse e a volte ci trovavamo in mezzo a lavori stradali senza saperlo, oppure trovavi, così all'improvviso, deviazioni obbligate o piccole frane. Quando poi, dopo la cima, partivano Coppi e Magni, che erano i due discesisti più forti, si rischiava veramente giù per discese a rompicollo a 70 all'ora con la gente che ti si chiudeva davanti e i due dietro che urlavano e chiedevano continuamente strada. Quante cadute ho visto e una volta sono caduto ,a Pescara, quando una macchina mi ha attraversato la strada. Ho dovuto rimanere in ospedale due giorni con la testa ferita.
In un’altra tappa all'uscita di Merano, per una decina di km la strada era disselciata e piena di buche per di più il cielo buttava giù acqua e neve. Ci fu un'ecatombe di forature e cadute. I corridori imprecavano con le ruote alzate in mano aspettando che le loro macchine arrivassero per il cambio. Ad un certo anche la mia moto ebbe problemi al freno anteriore, come cercavo di frenare, la ruota mi si bloccava pericolosamente. Se quest'avaria mi fosse capitata in discesa non so dove sarei andato a finire. Alzai la mia mano guantata e subito accorse il furgone-attrezzi della stradale che mi cambiò la ruota. Il meccanico che mi assisté era di Pavia e si chiamava anche lui Cova Carlo. Comunque per noi gli incidenti meccanici erano rari visto l’assiduo controllo alla moto in tutte le sue parti. Poi avevano le guaine dei freni, frizione ecc, istallate doppie per maggior sicurezza e praticità.
In una Milano-Sanremo una nostra macchina ebbe un guasto improvviso ai freni. - fa poi quasi a smentire quanto appena detto - Era in discesa e per uscire di strada si buttò con una fiancata contro la parete della montagna e fini capovolta. Ci furono tre feriti e l'autista, mio amico di Ponte di Legno, ebbe una commozione cerebrale ma se la cavò."
“Ma fra tante corse avrà avuto anche degli episodi simpatici" chiedo.
“Hai voglia. Quello più gustoso fu al tappone dei quattro colli del Trentino, che Torriani aveva a tutti costi voluto. Gli uomini dell'ANAS avevano lavorato 48 ore per rendere transitabile la strada e sul lato a monte la neve era alta 3-4 metri con qualche insenatura per far parcheggiare i tifosi. Mi fermai ad un centinaio di metri dalla vetta dell’ultimo colle osservando dall'alto salire Gaul e Massignan impegnati in una lotta ‘titanica’ e nel contempo ammirare il paesaggio fiabesco. – Ho capito che gli piace l’enfasi – Avevo il volto completamente nascosto da casco, occhialoni e un foulard azzurro con decorata in oro la frase 'Nessuno avanti a noi', che avevamo noi della Polstrada di Milano fin dal '45 - narra facendo una digressione - e adesso lo porta mio figlio Luigi in allenamento.
Guarda caso lì vicino c'erano cinque tifosi di Gallarate che conoscevo di vista. Siccome quel poco di viso che mi si vedeva era abbronzatissimo, uno di loro scambiandomi evidentemente per un meridionale, ad un certo puntò mi si avvicinò con una bottiglia in mano e mi disse: 'Paisà vuoi bere un po’ di barbera?' Feci tre sorsate, ringraziai e poi ripartendo, in dialetto gli dissi: 'Metumen via ‘na butiglia che dopu ul gir vegni a cà toa a Madona in Campagna' [periferia di Gallarate].' Quello rimase lì stupito a bocca aperta e a chiedersi chi mai fossi… La tappa l’ha vinciüda ul Gaul.” Precisa leggendomi la domanda negli occhi.
Da giovane - riprende - ero quasi astemio, ma con quelle fredde tappe di montagna mi abituai presto a rifornirmi, prima di partire, di bottigliette di grappa ai bar volanti della Faema o della Rancilio che erano al seguito. C'era poi l'autista della Bianchi che immancabilmente, tutte le mattine, alle 11 e 45 mi faceva cenno e quando mi avvicinavo mi stappava un Bitter porgendomelo. Questi autisti con le loro macchine moderne sportive, elegantissimi, la sera avevano spesso avventure più o meno galanti con bellezze del luogo; avventure che poi al mattino prima della partenza commentavano con tutta la troupe del giro con grandi risate."
“Di tante località che ha visto ne ricorda qualcuna in particolare?” chiedo.
"Ischia! - risponde pronto lui - Trascorsi tre giorni stupendi. C'era una cronometro e si dovevano attraversare i sette comuni dell'isola. Le strade pur essendo tutte pulite ed asfaltate erano strette ed in discesa si chiudevano in curve a gomito tanto che la mia ruota posteriore, così come quella dei corridori, aveva degli slittamenti improvvisi. Quella volta scortai Van Loy e l’olandese Pellenaers, ma al di là della corsa, mi ricordo di quelle casette basse, bianche, col tetto a terrazza e tanto sole. Ischia mi proprio piaciuta".
"E di Torriani che mi dice?” chiedo ancora.
“Torriani – riprende - la sera prima dell'ultima tappa ci invitava tutti nel miglior ristorante del luogo. A noi della Polstrada ci offriva un pranzo, ci ringraziava a ci omaggiava di una medaglietta d'oro. Le conservo ancora tutte. Il giorno dopo era l'ultima tappa, la puntata finale di un racconto. Il giro finiva quasi sempre a Milano e per almeno 50 Km prima, una siepe umana, vociante, era ai bordi della strada. Il ciclismo a quei tempi era il più sofferto, il più sentito ed il più amato sport dagli italiani."
Vorrei chiedergli ancora tante cose ma mi accorgo che si è emozionato e gli occhi gli brillano e allora ritengo che sia ora di terminare l’intervista. Lui ha un ultimo sussulto di enfasi mischiata stavolta alla malinconica: "Addio begli anni trascorsi in sella all'amata Guzzi GTV - declama - percorrendo migliaia di chilometri, visitando ogni angolo della nostra bella Italia. Ora è solo un ricordo, un caro ricordo come un bel sogno da cui non ci si vorrebbe ridestare".

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