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RESISTENZA E REPRESSIONE NELLE VALLI DEL VARESOTTO

RESISTENZA E REPRESSIONE NELLE VALLI DEL VARESOTTO

Tratto dal libro 'Cuvio la Valcuvia e i Valcuviani nella storia' di Giorgio Roncari, edito dalla Pro Loco Cuvio, 2002.

LE BANDE RIBELLI

Nelle valli del Varesotto la formazione partigiana "5 Giornate" agli ordini del Ten. Col. Carlo Croce, operante sul San Martino fu quella che più ebbe risonanza e drammaticità nella lotta di libarazione. Non fu certo l’unica ad agire nella zona delle valli varesine in quel fine ‘43. Si trattava di piccole bande sorte spontaneamente attorno ad ufficiali che per convinzioni personali rifiutarono di schierarsi col fascismo di Salò. La prof. Minozzi nella sua tesi di laurea dedicata alla resistenza nel varesotto, mette in risalto come in provincia di Varese ma anche nel resto dell’Italia occupata, “…i primi passi della resistenza, così come le prime formazioni partigiane si siano costituite intorno a unità militari in disfacimento” dove giovani ed esponenti dell’antifascismo potevano trovare armi.[1]

Ritroviamo così un piccolo reparto comandato dal s.ten. Giovanni Giracca che tenne per qualche tempo le posizioni tra il San Martino e il Monte Nudo; un altro gruppo operò nella zona di Cugliate fino a quando il comandante, capt. Armando Rossi, non sarà catturato e deportato a Mauthausen; a Voltorre agiva una banda agli ordini del capt. Calvi che verrà ucciso, mentre il suo vice, ten. Fasana, morirà in deportazione;[2] in un cascinale di Cuvio si era rifugiato il col. Casula che pare avesse uomini nascosti in zona, una soffiata però lo costrinse a cambiare rifugio;[2b] a Induno un piccolo nucleo guidato da Giuseppe Ganna operante in appoggio ai ribelli del S. Martino, venne neutralizzato in novembre.[3] Sostanzialmente tutte formazioni sparute, poco in contatto tra loro e con difficoltà enormi di adattamento, cosa che ne rese facile l’individuazione ai fascisti i quali operarono una rapida dispersione.

Stessa sorte toccò al gruppo rifugiato al ‘Butterale’ sopra Brenta, una dozzina di uomini al cui seguito vi erano quattro ex prigionieri alleati. Cinque di questi ribelli salirono sul S. Martino, due vi trovarono la morte, uno riparò in Svizzera e due ritornarono al gruppo. Non fecero delle grandi provocazioni se non inviare gli ex prigionieri in Svizzera e allacciare contatti coi responsabili antifascisti locali, ugualmente la notte dell’ultimo dell’anno ‘43, individuati in seguito ad una soffiata, sei vennero catturati dopo breve scontro a fuoco nel quale uno rimase ferito. Due riuscirono a fuggire trovando scampo nella chiesa dove si celebrava, nascondendosi nei ‘matronali’, due stanzette dietro l’altare mascherate da armadi dove i fascisti che li braccavano, non li scovarono. Dei sei prigionieri, il ferito fu ricoverato all’ospedale di Cittiglio dove morì nove giorni dopo, gli altri furono trasferiti alle carceri di Varese.[4]

Nel gennaio’44 ancora a Voltorre, venne sgominato un altro gruppo con l’arresto di una dozzina di partigiani, nel febbraio fu la volta di una banda operante del luinese. Nel marzo fu preso Aldo Pomati, capo di una banda operante all’Alpe Tedesco e già in contatto con il colonnello Croce.[5]

Di tutt’altra consistenza era invece la “Banda Lazzarini” che agiva nel luinese, costituita da Giacinto Lazzarini, milanese, già agente segreto americano e capitano pilota dell’aviazione canadese in forza alla Caproni di Talliedo, uomo di fegato e dalle maniere spicce, che con alcuni suoi soldati attivò una formazione estremamente agguerrita e in continuo spostamento capace di tenere in scacco le forze nazifasciste per lunghi mesi.[6]

Ma i fatti del San Martino avevano fatto capire che il sistema di lotta da adottare in una provincia come quella di Varese, non poteva essere quella di posizione, bensì, come scrive Giuseppe ‘Claudio’ Macchi, già comandante della 121a Brigata garibaldina, “…doveva necessariamente assumere un carattere di guerriglia, tale da non prevedere grossi concentramenti di uomini armati, ma rapide ed incisive azioni di sabotaggio, di attacco del nemico quando e dove meno era prevedibile e di stretto collegamento con gli operai delle numerose fabbriche della provincia”.[7]

 WALTER MARCOBIFu Walter Marcobi "Remo", giovane casbenese dalla salute cagionevole che, attenendosi a queste concezioni, riuscì a coordinare la resistenza armata raccogliendo attorno a se i vari gruppi che operavano nell’alto varesotto costituendo la 121a Brigata d’Assalto Garibaldi “Gastone Sozzi”, forma-zione a carattere comunista che, nell’arco della resistenza, coinvolgerà quasi 300 uomini, e più d’altre riuscirà a nuocere alle istituzioni fasciste. Si trattava di squadre operanti a Varese (dove agivano una cinquantina di gappisti, autori di audaci azioni), nel gaviratese, nel luinese, nella Valceresio, nella zona dell’Olona, nella Val Bodia, nel basso Verbano, che poco conoscevano dell’organizzazione complessiva ma che obbedivano agli ordini del comando tenuto dal Marcobi stesso.[8] 

Un’altra formazione a carattere socialista ma di minor consistenza, fu la 148a Brigata Matteotti ‘Mario Greppi’, con distaccamenti a Gavirate, Gemonio, Valganna, Marchirolo e Vergiate, sottoposta agli ordini di Renè Vanetti, giovane varesino capace di azioni temerarie ed arditi travestimenti.[9] 

La resistenza varesina pur nel suo eroismo, fu una resistenza soffocata da un nemico numericamente sproporzionato, oltre 1500 fascisti ed una quantità eccezionale di tedeschi che avevano militarizzato la provincia, considerata nodo nevralgico dell’industria lombarda. Un movimento minato al suo interno da divergenze politiche e organizzative e che, come detto, dovette far i conti con un territorio non adatto alla lotta per bande, ad un passo dal sicuro rifugio svizzero, fattori che ne limitarono l’organico favorendo nel contempo, lo spostamento di partigiani locali verso altre zone più confacenti come l’Ossola e la Valsesia.[10]

Per la sua prerogativa di zona di confine, il Varesotto vide passare migliaia di perseguitati, ex prigionieri di guerra, antifascisti ed ebrei, in fuga da fascisti e tedeschi. Fu per dare aiuto a questi disperati che si attivarono organismi a favore dell’espatrio clandestino. Un importante ruolo lo svolse l’organizzazione ‘OSCAR’, (organizzazione soccorsi cattolici antifascisti ricercati), sorto a Milano per opera di don Giussani avente, in Varese, come responsabile, don Natale Motta. Questa struttura nella quale si riconoscevano sopratutto i preti, riuscì a portare in salvo nella vicina Svizzera numerosissime persone.[11]

 Le stesse finalità erano perseguite dall’Organizzazione militare clandestina operante in tutto il nord Italia, voluto dal CLN, ma mirante soprattutto ad evitare che gli ex militari alleati, fuggiti dopo l’8 settembre dai campi di prigionia italiani, fossero di nuovo catturati dai nazifascisti. Ne era coordinatore l’ing. Giuseppe Bacciagaluppi di Caldè e fra gli agenti locali operava l’industriale Nino Fraschini di Brenta.[12] Meno fortuna ebbe invece il ‘gruppo della volpe’ attivo nell’alto varesotto con un centro raccolta e smistamento a Cittiglio. Individuato dai tedeschi, fu sgominato nella primavera del ‘44 ed un suo membro, Carlo De Grandi, fucilato a Fossoli il successivo 12 luglio.[13]

La Valcuvia e le valli luinesi ebbero un’importante funzione in quest’opera di assistenza ed espatrio e non pochi valligiani prestarono soccorsi ed aiuti in questo oscuro e rischioso impegno umanitario, equivalente, in caso di spiata o di cattura, al sicuro invio nei campi di concentramento tedeschi da dove alcuni non torneranno più.  

 

LE FORZE NAZI–FASCISTE

Ma quali erano le forze fasciste e naziste antiribelli operanti nel varesotto.

In primo la ‘Guardia Nazionale Repubblicana’ (GNR, i militi più comunemente chiamati repubblichini), che dal novembre ’43 aveva preso il posto della vecchia Milizia. Era un corpo formato da volontari giovanissimi e da ex carabinieri sfuggiti alla deportazione in Germania fatta dai tedeschi.[14] La GNR della provincia di Varese, forte di circa 800 miliziani, agli ordini prima di Elia Caldirola e poi, dal marzo ’44, di Umberto Pittani, aveva presidi nei maggiori centri, nelle stazioni dei carabinieri e della finanza dovendo sorvegliare anche le frontiere abbandonate e disponeva altresì di un reparto corazzato. Formata da elementi a volte ambigui, era comunque malarmata, dotata di scarso approvvigionamento e spesso alloggiata in caserme fredde e fatiscenti.[15]

Nel suo interno era suddivisa in vari Uffici fra cui il più malfamato era quello ‘Politico Investigativo’ (UPI) con sede a Villa Dansi, ribattezzata ‘Villa Triste’. L’UPI era diretto dal capitano G.B. Triulzi e contava una cinquantina di uomini, a volte pregiudicati disposti a tutto, impegnati soprattutto in rastrellamenti e nella repressione partigiana e antifascista. Si camuffavano, si intrufolavano nei bar per raccogliere notizie, si spacciavano per partigiani infiltrandosi nelle bande.[16]

Cinquecento militi della GNR formavano il battaglione ‘O.P.’ per l’ordine pubblico facente capo però al questore (dapprima Antonio Solinas e poi, dal marzo ’44, Luigi Duca di Valganna), agenti di polizia che se ne stavano un po’ defilati e, col tempo, diverranno la polizia quasi privata del questore.[17]

Altri corpi speciali occupavano la provincia. La ‘Scuola Allievi’ con sede a Varese S. Ambrogio, agli ordini del ten.col Enrico Bassani, artefice, in seguito, della decimazione della banda Lazzarini.[18] La ‘X MAS’ comandata dal ten. di vasc. Ongarillo Ungarelli, accasermata a S. Anna di Sesto Calende ed operante in rastrellamenti fra Lombardia e Piemonte ma con basi e reparti lungo tutto il lago fino a Gavirate e Luino dove vi erano circa cento marò.[19] I ‘Paracadutisti del Raggruppamento Arditi’, a Tradate, comandati dal ten. col. Edvino Dalmas che compiranno azioni di violenza, saccheggi e omicidi e nel settembre-ottobre ’44 interverranno a Cannero e Canobbio contro le forze partigiane della Valdossola.[20]

A partire dall’estate ’44, presero ad agire anche le ‘Brigate Nere’ i nuovi squadristi del regime, poco ben visti dalla stessa GRN, i manipoli più arditi ed irriducibili nella lotta ai partigiani. Nel varesotto operava la famigerata 16a Brigata ‘Dante Gervasini’ agli ordini dapprima di Renzo Migliorini e poi, dall’ottobre ’44, di Vittorio Gagliardi, con sede nella scuola Felicita Morandi di Varese e presidi in varie località fra cui Luino dove operava una squadra d’azione creata dal commissario del fascio Grassi.[21]  A Besozzo, all’istituto ‘Rosetum’, dal giugno ’44, prese quartiere la Compagnia Arezzo, un manipolo di circa cento brigatisti provenienti dalla Toscana, fra i più spietati che detteranno la loro feroce legge nei paesi di tutto l’alto Varesotto. La scellerata Compagnia Arezzo era comandata dapprima dal commissario federale Bruno Leoni e poi, dalla fine del 44, da Umberto Abbatecola.[22]

Vi era pure un reparto di ‘SS Italiane’ (i volontari dalle mostrine rosse soggetti solo agli ordini tedeschi) che nel varesotto ebbero parte in un’unica azione nell’agosto ’44, quando effettuarono rastrellamenti nelle montagne del luinese.[23] Ne va dimenticata l’Ovra, la polizia segreta del regime, diretta dal commissario di PS Francesco Coppola, rispondente unicamente al capo della provincia, Enzo Savorgnan.[24]

L’Esercito aveva il comando provinciale in Varese dove funzionava anche il distretto, e presidi in alcune località. Già nel novembre ’43, fu aperto il primo bando d’arruolamento che trovò nel Battaglione Alpini ‘Varese’, la più grossa riserva di uomini, un migliaio d’arruolati dovuti alla grande popolarità e al carisma personale che aveva nel varesotto il capt. Franco Appoggi, di Azzio reduce di Russia e decorato. Inquadrati nella Divisione Alpina ‘Monterosa’, vennero inviati in Germania per addestramento, ritornarono poi in Italia ma non per essere schierati al fronte come promesso, bensì per combattere i partigiani, disposizione che creò parecchio malumore fra gli alpini e causerà varie diserzioni. [25]

Il nuovo fascismo di Salò cercò di presentarsi come un qualcosa di diverso, fondato sull’onore dell’Italia, calcando il tasto del tradimento del Re e della sua vergognosa fuga, argomento che ottenne un effetto notevole specialmente sui giovani cresciuti nell’apologia fascista. Malgrado i proclami e l’auto esaltazione, ben presto si assisté alla sottomissione delle milizie fasciste agli ordini dei tedeschi e delle SS.

I tedeschi da parte loro erano presenti ovunque, con la ‘Guardia di Finanza’ agli ordini del commissario Knop a sorvegliare i valichi di frontiera, con reparti della ‘Wermacht’ che andavano e venivano su tutto il territorio tenendo sotto controllo ogni punto nevralgico,[26] con le ‘SS’ sistemate inizialmente nella Caserma Garibaldi di Varese e distaccamenti nei maggiori centri, con la ‘Gestapo’ che faceva improvvise retate di polizia. Un alleato che si comportava da padrone quale in effetti era, requisendo le migliori ville per sistemare i loro comandi, imponendo il coprifuoco, dettando infiniti ordini e divieti, pretendendo aiuti logistici dai municipi, scatenandosi in rastrellamenti contro ribelli e fiancheggiatori.

Gli occupanti trovarono un valido collaboratore in Albert Lange, cittadino germanico da quarant’anni in Italia, rappresentante commerciale e responsabile della sezione del partito nazista di Varese. Fino alla fine della guerra, fu lui, che conosceva così bene l’Italia e la sua lingua, l’eminenza grigia dei tedeschi a Varese.[27]

Ne va dimentica la ‘Todt’ l’organizzazione tedesca per la costruzione delle difese militari che richiedeva manodopera italiana. Lavorare per la Todt equivaleva ad un maggior salario ma significava anche rischiare ogni giorno di venire bombardati, ugualmente per sfuggire alla miseria o ai richiami di leva fascisti, numerosi risposero venendo inviati in Germania assieme a detenuti politici e piccoli malfattori comuni.[28]  

 

 

LA LOTTA PARTIGIANA  

L’inverno ‘43-’44 fu occupato dai ribelli nei preparativi della lotta attiva, ovvero il darsi una struttura militare, il prendere collegamenti con altre formazioni partigiane ed il rifornirsi di armamenti. Quest’ultima impresa venne effettuata a danno delle varie milizie fasciste, in particolar modo, e dei tedeschi, che erano gli unici a possedere armi, cosicché molti furono i repubblichini che si videro costretti a consegnare armi e munizioni ai partigiani, i quali poi sparivano. Questa tattica di disarmo durerà per tutto il periodo della Resistenza.

Una buona dose di esplosivo venne accumulata grazie a continui prelievi di piccole quantità di tritolo da parte di alcuni operai della polveriera di Taino e con la primavera incominciarono gli attentati. Numerose erano le fabbriche milanesi che lavoravano per l’impresa bellica, obbligate a trasportare i macchinari nel varesotto per sfuggire ai bombardamenti alleati. Per costringerle a sospendere momentaneamente la produzione, una miriade di colpi vennero messi in atto ai danni di cabine elettriche e tralicci dell’alta tensione portanti energia agli opifici. Numerose volte furono divelti i binari delle Nord e dello Stato, e presi di mira gli stessi convogli. Sabotaggi vennero effettuati nelle fabbriche stesse, a più riprese subirono guasti soprattutto le industrie aeronautiche come la Caproni, le Officine Macchi, La SIAI Marchetti di Sesto Calende, la Ambrosini di Varano Borghi, [29] l’Isotta Fraschini di Cavaria.

Gli Inglesi, dal canto loro, in aprile bombardarono due volte Varese con obbiettivo l’Aermacchi dove venivano costruiti Caccia per i tedeschi. La prima incursione fu portata dai bombardieri nella notte fra il 1° ed il 2 ma il bersaglio venne toccato appena e le bombe devastarono alcuni rioni della città dove si contarono 17 morti e 23 feriti fra i civili. Il 30, a mezzogiorno, l’attacco fu ripetuto con maggior vigore; mezzora di bombardamenti aerei portati in tre ondate successive distrussero l’Aermacchi, colpirono numerose ville e centrarono l’ospedale di Colle Campigli dove erano ricoverati numerosi soldati invalidi e convalescenti della guerra. Fu una carneficina: 77 morti e un centinaio di feriti alcuni dei quali decedettero nei mesi successivi.[30]

In quella primavera i bombardamenti aerei sfiorarono la Valcuvia quando gli Alleati, accertato che nell’ex fabbrica Sonnino di Besozzo era sfollato un reparto delle Officine Meccaniche Reggiane, producenti materiale bellico (parti di carro armato), decisero di intervenire. Il piano d’azione inglese prevedeva l’individuazione del lago di Varese, poi la risalita del fiume Bardello fino alla prima ciminiera dove avrebbero dovuto essere sganciate le bombe. Il progetto venne però conosciuto dal controspionaggio italiano che in una sola notte, riuscì a far abbattere la ciminiera, alta circa 60 metri. Al momento dell’attacco, gli inglesi non trovando più il riferimento, scaricarono gli ordigni esplosivi nelle campagne dietro il cimitero di Caravate provocando un grosso spavento e profonde buche.[31]

Anche i partigiani operarono arditi attentati in città, nel cuore medesimo delle istituzioni nemiche, colpendo con ordigni esplosivi la caserma della GNR e altre caserme, per ben due volte la “Torre” sede del Fascio varesino e pure un autocarro delle SS. Con azioni temerarie e rocambolesche vennero liberati partigiani caduti in mano nemica, piantonati dall’Ospedale di Circolo di Varese o sottoposti a torture. Azioni che procurarono elogi alla Resistenza del varesotto da parte dei comandi di liberazione e da Radio Londra e Radio America.[32]

Nella stessa primavera del ‘44, i fascisti ed i tedeschi ebbero una prima dura reazione, effettuando rastrellamenti ed arresti a cui i partigiani risposero passando per le armi alcuni agenti e delatori ed inviando i compagni identificati ad altre formazioni, in particolar modo alla “Servadei” operante sulla sponda sud occidentale del Verbano.[33] Anche in Valcuvia e nelle immediatezze si assisté ad atti cruenti. Il 5 febbraio ‘44 a Gemonio venne ucciso Cipriano Maffei, commissario del Fascio della bassa Valcuvia. Il Maffei, attirato fuori casa con un pretesto, fu freddato da una mezza dozzina di colpi. Un’esecuzione importante che trovò risalto anche sull’Avanti clandestino. In valle vennero sguinzagliati agenti i quali fermarono una dozzina di persone sospette rilasciate però dopo ulteriori indagini.[34]

A Cugliate furono i fascisti a fucilare il partigiano Pietro Pagliolico di Casale Monferrato, comandante una banda di ribelli valdostana annientata nell’inverno dai tedeschi, mentre tentava di contattare il Lazzarini. Individuato, venne catturato il 7 marzo sul tetto di casa, pistola in pugno in un ultimo tentativo di difesa. Sarà passato per le armi dalla GNR il giorno dopo presso il cimitero.[35]

In primavera a Rancio due partigiani tagliarono la linea telegrafica che allacciava i comandi tedeschi di Varese e Luino, mentre in Valganna venne fatto saltare un pilone dell’alta tensione alimentante le “Officine Meccaniche”.[36] A seguito di questi attentati vennero dislocate delle sentinelle guardafili una delle quali, sempre a Rancio, dopo un diverbio freddò un uomo del paese.[37]

Per un certo periodo alla Rocca di Orino, trovò rifugio una banda partigiana che poi risultò falsa. Ne era organizzatore Aldo Pomati, già comandante di un discreto gruppo ad Induno Olona e che si faceva chiamare ‘Maggiore Torricelli’, il quale, catturato nella primavera del ’44, prese a collaborare coi fascisti costituendo questa finta formazione mirante ad attirare in trappola eventuali ribelli.[38]

A Brinzio, il 5 maggio, venne liberato dai partigiani un prigioniero baltico ferito che i repubblichini stavano trasportando dall’ospedale di Luino al Comando del SS di Milano. Si trattava probabilmente un agente segreto catturato qualche giorno prima mentre con soldi e documenti cifrati cercava di passare clandestinamente il confine svizzero.[39]

Il 26 luglio, in un rastrellamento sul S. Antonio, una pattuglia repubblichina venne attaccata dai partigiani, probabilmente del Lazzarini, lasciando sul posto un morto. Sul monte si scatenò una retata condotta dai tedeschi che non portò a nulla.[40] Il 10 agosto venne ucciso il podestà di Brissago, Cesare Bonfiglio, un delitto che stupì e spaventò per l’audacia e perché il podestà non pareva politicamente così coinvolto.[41] Il 21 agosto a Bedero fu rapito un capitano delle Brigate Nere.[42] Il 9 settembre a Ponte Tresa venne soppresso un agente della sanguinaria Banda Kock, una polizia privata al servizio dei tedeschi.[43] Il 27, a Gavirate fu ritrovato il cadavere di una dipendente del Partito Repubblicano Fascista.[44]

Nei rapporti fascisti veniva spesso segnalata la presenza di gruppi ribelli o sbandati nei paesi e nei boschi della valle assieme a sparute azioni di disarmo come a Brenta, dove due partigiani, pistole in pugno, tolsero le armi ad un ufficiale della GNR.[45] Nelle attenzioni repubblichine entrarono anche i Padri Passionisti di Caravate sospettati di collaborazionismo e di nascondere partigiani nel loro convento,[46] ed il caseificio Castelli di Gemonio perché pur subendo due furti dai partigiani non volle sporgere denuncia.[47]

A Laveno, un manipolo di brigatisti neri minacciò ritorsioni al paese se non fosse stata loro consegnata un’ingente somma di denaro ma la dura e coraggiosa reazione del podestà Libero Biddau, consigliò la squadraccia ad abbandonare il borgo.[48]

Questo stato di guerra civile dove retate, proibizioni, sequestri, fermi, bombardamenti erano all’ordine del giorno, creò un clima di terrore fra la popolazione. L’inflazione, i razionamenti, le privazioni, la penuria di cibo, insufficiente per una popolazione aumentata a dismisura dagli sfollati di guerra,[49] accrebbero la fame e favorirono la borsa nera. Negozianti si videro multati e costretti a chiudere bottega perché accusati d’ammassamenti illeciti, vendite sottobanco, macellazioni clandestine e produzione di pane bianco. Multe venivano comminate a chi, senza permesso, tagliava piante per far legna o, ancor più grave, non rispettava il coprifuoco. Non rispondere alla chiamata di leva corrispondeva ad una rappresaglia, venire fermati e non esibire il permesso di soggiorno o praticare mercato nero o ancora scioperare, equivaleva ad essere spediti al lavoro forzoso in Germania. Non pochi furono i valcuviani a subire la pena e qualcuno non tornerà più. A Laveno un uomo che non sentì l’altolà di una pattuglia fu freddato.

Per limitare gli espatri clandestini, in agosto fu istituita la zona chiusa, una striscia di tre chilometri a ridosso del confine, fatta sgomberare da popolazione e bestiame e vietata all’accesso se non con specifico permesso. Fra gravi inconvenienti, una quindicina di paesi vennero evacuati, ne furono esentati i centri maggiori o più a ridosso del confine quali Pino, Lavena Ponte Tresa e Porto Ceresio.[50]  

 

L’OTTOBRE DI SANGUE

Durante l’estate due bande furono disperse a Tradate e Castiglione Olona e qualche altro partigiano ucciso.[51] Fu però in autunno, quando ai sabotaggi dei ribelli si unirono gli scioperi coraggiosi degli operai, che i nazi-fascisti, operarono una reazione in grande stile. La loro presenza era in continua crescita per il graduale ritiro al nord dei reparti, man mano il fronte risaliva lo stivale. Il 16 settembre fu debellato il Comitato democristiano di Varese con l’arresto di dodici persone a S. Fermo.[52]

In settembre reparti di Parà di Tradate e della Scuola Allievi vennero impegnati nella controffensiva nell’Ossola dove i ribelli avevano instaurata una repubblica partigiana. A disturbo delle operazioni di trasbordo gli alleati bombardarono i battelli carichi di brigatisti ma anche civili. Il 25 settembre affondarono al largo di Laveno il battello Genova, ed il giorno dopo il Piemonte nelle acque di Luino facendo 17 morti e 32 feriti.[53]

Rastrellamenti sistematici e fucilazioni furono effettuate per tutto l’ottobre. Il 2 cadde a Porto Valtravaglia, Lino Passaro; il giorno dopo a Cassano Magnano, Mauro Venegoni, comandante della 182a Brigata Garibaldi operante nel bustocco; il 4, a Lomnago, Giuseppe Brusa e Bartolomeo Bai. Altri partigiani furono catturati, sottoposti dai fascisti per ore a torture e botte nelle cantine di Villa Dansi, furono loro estorte alcune ammissioni che portarono ad altre catture ed uccisioni.

Il 5 mattina caddero le menti della resistenza varesina, Walter Marcobi comandante della 121a Brigata Garibaldi e Renè Vanetti organizzatore della 148a Brigata Matteotti. Marcobi fu ucciso nei pressi di Capolago a colpi di mitra mentre tentava di sfuggire all’imboscata; Vanetti in viale Belforte a Varese dopo aver reagito al fermo di una pattuglia repubblichina.[54]

Il 7 ottobre venne sgominata la Banda Lazzarini, formazione particolarmente battagliera ed estremamente mobile, distintasi in numerose azioni di sabotaggio nel luinese e l’eliminazione di alcuni agenti fascisti, una spina al fianco per i repubblichini che riuscirono a debellarla dopo le ammissioni sotto tortura di alcuni partigiani catturati, e il probabile tradimento di un elemento della banda stessa. L’eliminazione venne decisa perché la banda risultava un ostacolo per gli imbarchi verso Cannero e l’Ossola.

Dopo un primo tentativo delle brigate nere di sorprendere la banda, fallito il 25 settembre per la reazione armata dei partigiani, l’azione fu ripetuta la sera del 7 ottobre alla Gerra di Voldomino allorché le forze fasciste, ormai a conoscenza di molti particolari precisi, accerchiarono il cascinale dove si trovava rifugiato il grosso della formazione. Sorpresa la sentinella, presero nel sonno 19 ribelli e quattro donne fra cui la moglie del Lazzarini. Il Capitano ed alcuni dei suoi sfuggirono invece alla cattura perché partiti nella mattinata per un sopraluogo al S. Martino. Dopo essere stati selvaggiamente percossi, dodici furono fucilati: quattro direttamente alla Gerra, cinque a Brissago e tre alle Bettole di Varese. Anche la moglie del Lazzarini, Angela Bianchi fu condannata a morte ma l’intervento presso il comando tedesco del cardinale di Milano, Schuster, valse a salvarla.

Del tradimento fu accusato Antonino Rosato, ex ufficiale della GNR, infiltratosi nella banda, che si sostituì alla guardia incaricata indicando poi le generalità dei vari partigiani. Per la sua presunta delazione verrà giustiziato sulla pubblica piazza a Luino immediatamente dopo la liberazione. [55]

L’azione repressiva di quell’ottobre varesino di sangue ebbe un bilancio pesante, un’ottantina i ribelli, fra fucilati, arrestati o costretti alla fuga, furono messi fuori gioco e se le perdite furono in qualche modo mitigate lo si dovette al trasferimento di molti partigiani compromessi in altre zone o formazioni soprattutto alla Servadei.

Le perdite subite e la morte dei comandanti, costrinsero le due unità partigiane a riformare i quadri. La guida della 121a Brigata Garibaldi, che assunse il nome di Walter Marcobi, fu assunta dal vice Giuseppe Macchi, “Claudio; erano rimasti circa 150 partigiani di cui quindici agli ordini di Alessandro Realini operavano nella zona di Gavirate-Cocquio e Cittiglio e un’altra ventina comandati da Martino Vanoli agivano nel Luinese. Il comando della Matteotti fu preso da Federico Noè “Locatelli”.[56]

Riorganizzate le file i partigiani ritornarono alla lotta. Così, mentre gli alleati bombardavano Saronno, Cislago, Sesto e altre città, ripresero sabotaggi ed agguati, assieme a richieste di soldi a mano armata, a banche ed ad elementi di fede fascista. Il gruppo luinese eliminò alcuni provocatori fascisti, sostenendo anche uno scontro a fuoco con una pattuglia repubblichina la quale lasciò sul posto due morti ed un ferito. La formazione del Realini, a varie riprese sabotò due tralicci a S. Andrea ed una cabina elettrica a Gavirate. I sabotaggi continuarono anche in tutta la zona varesina, con attacchi ai tralicci, alle ferrovie, alle fabbriche e alle istituzioni fasciste. Il 30 novembre venne audacemente liberato un partigiano dalla famigerata Villa Dansi a Varese, sede dell’UPI, si trattava del commissario politico della ‘Walter Marcobi’ da giorni sottoposto a sevizie.[57] Il 10 novembre vennero uccisi a Travedona l’ex vice federale di Milano, Gianni Locatelli e la moglie.[58]

Il 14 fu sabotata da tre partigiani, tra cui lo stesso comandante “Claudio” la centrale elettrica di Gemonio. I tre trasformatori in funzione andarono quasi completamente distrutti, costringendo le fabbriche della zona, che lavoravano per i tedeschi, ad interrompere l’attività per vari giorni. I fascisti risposero con il coprifuoco, la chiusura dei locali pubblici alle ore 17.30 e la sospensione della distribuzione dei tabacchi. L’attività terroristica dei patrioti varesini venne ancora elogiata da Radio Londra e Radio America e gli Alleati effettuarono per la prima volta, un lancio di 10 fucili, 10 mitra e vari viveri, sul Monte Martica.[59]

I nazi-fascisti risposero con nuovi rastrellamenti a Ganna, Boarezzo, Induno e Velate, arrestando in pochi giorni una trentina di partigiani che vennero picchiati e torturati, mentre qualcun’altro cadrà nel tentativo di difendersi.[60] Nei primi giorni del ’45 vennero massacrati 5 partigiani a Ferno, sgominata una banda a S. Caterina del Sasso e soppresso Carletto Ferrari, audace capo partigiano. Sotto controllo venne messa anche la casa del Prevosto di Canonica perché sospetto covo di ribelli.

Nell’inverno ‘44-’45 fu distrutta una cabina elettrica a S. Andrea; nei pressi di Cittiglio 5 partigiani abbatterono la linea telefonica; a Porto Valtravaglia fu sabotata la linea ferroviaria; nelle vicinanze di Brinzio tre ‘garibaldini’ disarmarono di una pistola Beretta un milite delle Brigate Nere; a Cabiaglio altri quattro alleggerirono di un fucile e di una rivoltella automatica due militi della G.N.R; a Bedero, quattro fascisti affrontati da cinque partigiani, tentarono una timida reazione prima di consegnare le armi. Disarmi si ebbero ancora a Ganna, Cunardo e Voldomino. Dai partigiani fu presa in considerazione anche l’ipotesi di far saltare la diga della centrale elettrica di Creva, ma il progetto fu accantonato perché il danno sarebbe ricaduto pesantemente anche sulle popolazioni del Luinese.[61]

Il Comitato Volontari per la Liberazione riconobbe l’efficacia di questi attentati e per coordinare meglio l’agire dei vari gruppi, ricostituì nel gennaio ‘45 il Comitato Zona del C.V.L..

Gli aerei della Raf continuavano a mitragliare e bombardare le città e i treni, carichi di operai sfollati diretti alle fabbriche del milanese. Vennero colpite Gallarate, Saronno e Caronno Pertusella. Quando ad essere colpiti erano i convogli, a decine si contavano i morti. Il 30 gennaio a Bollate venne centrato un treno delle Nord, pare avrebbe dovuto trasportare tedeschi, c’erano invece operai. Fu una carneficina: 67 furono i morti e una settantina i feriti, fra loro numerosi valcuviani e sfollati in valle diretti nel capoluogo a lavorare.[62]

Il 5 aprile, un posto di blocco fu effettuato da tre partigiani nei pressi di Comerio, sulla statale Varese-Laveno, dove era posto il comando della ‘X MAS’ e nel quale pare si trovassero gli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida.[63] La pattuglia, dopo un paio di accertamenti e disarmi, ebbe uno scontro a fuoco col ten. delle Brigate Nere, Nilo Martinioa di Gemonio il quale rimase ucciso. Per rappresaglia, due giorni dopo, i partigiani Achille Motta ed Emilio Contini, catturati feriti una quindicina di giorni prima e già sottoposti a violenze, verranno uccisi a Varano Borghi.[64]

Un’altra mezza dozzina di patrioti fu fucilata in quelle ultime settimane di resistenza quando il delirio della fine aumentava la ferocia degli oppressori, resi rabbiosi anche dal continuo infoltirsi delle bande partigiane, dal crescente movimento popolare di simpatia e sostegno verso i ribelli e dall’allargarsi degli scioperi. I partigiani risposero con l’eliminazione di alcuni delatori e la diffusione di volantini inneggianti alla imminente liberazione.

Il 12 Aprile gli Alleati effettuarono un lancio di armi automatiche sulla Valcuvia, ripetendolo qualche giorno dopo. Il 22, undici ‘garibaldini’, scendendo dal Campo dei Fiori, attaccarono la caserma delle Brigate Nere di Canonica. Spararono all’impazzata numerose scariche di mitra e disarmarono i fascisti di presidio.[65] Il 24 gli Americani effettuano un attacco aereo a Luino. 

 

LA LIBERAZIONE

E venne così il 25 Aprile con la notizia della liberazione e l’insurrezione popolare. Le campane potevano liberamente suonare a festa! Le guarnigioni fasciste si arresero senza reagire ai partigiani coordinati dal Claudio Macchi, solo i Paracadutisti di Tradate e gli Avieri di Gallarate tentarono una breve resistenza. Vendettero cara la pelle invece i Brigatisti Neri della ‘Gervasini’ che, dalla scuola ‘Felicita Morandi’, spararono tutta la notte prima di deporre le armi.

Chi non si arrese furono invece i tedeschi. Si trattava di colonne in ritirata verso la Svizzera che nel tentativo di aprirsi la via, ingaggiarono intense battaglie con i partigiani del basso varesotto. Si combatté tra Cascina Costa e Samarate, a Fagnano Olona, a Cardano al Campo, ad Olgiate Olona e, più duramente, a Uboldo. Ovunque vi furono morti, gli ultimi della resistenza.[66] Il 26 veniva imposta la resa ai presidi di Gemonio e di Besozzo. Il 27 i partigiani del luinese posero posti di blocco attorno al S. Martino allo scopo di snidare i fascisti che vi si erano rifugiati, e in città dove gli ultimi disperati si arresero solo il 30.[67]

In quei giorni fu recuperato l’oro di Brenta, episodio minore e quasi dimenticato ma ben testimoniato dagli abitanti del paese. Nel periodo repubblichino, aule delle scuole di Brenta furono usate come deposito fascicoli e cimeli dell’ex Ministero delle Colonie sotto la custodia di due impiegati. Alla Liberazione i primi uomini accorsi per un sopralluogo, vennero sorprendentemente a contatto con un baule colmo d’oro e preziosi. Si trattava probabilmente del tesoro del ministero, sistemato in questa zona di confine forse da qualche gerarca, in previsione della fuga e poi preso in consegna dai capi partigiani.[68]

Per volontà del CLN, nei vari paesi sorsero comitati di popolo che cercarono di contenere la situazione, ma la confusione era tanta e per molti era giunto il momento della vendetta. Furono una migliaio i tedeschi e i fascisti arrestati nel Varesotto. I tedeschi furono consegnati agli americani al loro arrivo a Varese, il 4 maggio, i fascisti, oltre 600, vennero ammassati in un campo di concentramento a Varese ricavato nel campo sportivo di Masnago. Una settantina tra i più compromessi ed intransigenti, saranno giustiziati al momento della liberazione e nei giorni immediatamente successivi.[69] Fra i più in vista furono fucilati a Varese il capo della Provincia, Savorgnan, il commissario di PS, Belluomo, il comandante delle brigata nere, Gagliardi, il capitano Zambon, colui che aveva guidato la disperata reazione armata degli ultimi brigatisti neri. Sfuggì invece Triulzi, il capo dell’UPI che fece perdere le tracce.

Qualche atto di giustizia sommaria toccò anche la zona del Verbano; un uomo del Casone Lucchina di Rancio, Giampiero Gerlin, brigatista nero, fu condotto a Varese dove, dopo essere stato malmenato fu giustiziato; un brigatista in fuga da Intra fu riconosciuto e ucciso a Laveno; esecuzioni sbrigative di fanatici e presunte spie avvennero a Mesenzana e a Luino. Anche alcuni valcuviani furono rinchiusi a Masnago, qualche collaboratore fu picchiato dalla gente dei vari paesi, ed alcune donne vennero rasate ma nel contesto i comitati, nel quale quasi sempre erano presenti i parroci, riuscirono a contenere il dissenso e la rabbia popolare.

Il 16 maggio alla Canonica di Cuvio, furono ricordati i martiri del S. Martino con l’affluenza di un’imponente folla e l’intervento di numerose autorità alleate e partigiane, quali il Vice Governatore alleato magg. King, il Prefetto di Varese avv. Tosi, il sindaco di Varese Bonfanti e le rappresentanze delle Brigate Partigiane “Marcobi”, “Matteotti” e “Battisti”, nonché parte dei partigiani sopravvissuti del San Martino. Con una toccante cerimonia fu inaugurato un cippo di sasso valcuviano in ricordo dei caduti. Don Gatto, più degli altri oratori, ricordò le giornate della battaglia e il “Corriere Prealpino” del giorno dopo dedicava ampio spazio alla commemorazione.[70]

Nei mesi successivi furono celebrati processi ai responsabili fascisti della drammatica avventura di Salò. Alcuni imputati, fra i più compromessi, vennero condannati a morte altri alla detenzione. Le successive amnistie fecero sì che nessuno venne giustiziato, ad eccezione del brigatista Abbatecola, comandante della famigerata compagnia Arezzo di Besozzo, che venne fucilato nelle cave di Valganna nel marzo ’46.[71]

Ma ormai l’Italia stava cambiando e su di essa si sentiva già soffiare il nuovo vento della Repubblica.

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NOTE     

[1] CATERINA MINOZZI: “Aspetti politici ed economici della resistenza nella provincia di Varese” (tesi di laurea) vol. 1, p 101
[2] Idem, p 100      
[2b] SILVIO BRACHETTI: "S. Martino e i suoi eroi" su 'L'Ammonitore - Gli Insorti', anno II, n 21, 20 apr 1946, p1
[3] ANTONIO DE BORTOLI " Il Barba - Autobiografia di una lotta", Jaca Book - Varese 1977, pp 32 ss
[4] “Memoriale di Augusto Corazza al comando della frazione partigiana gruppi del Trevisago" (copia in possesso dell'Autore). Questo interessante documento compilato nel 1951, narra le alterne vicende del gruppo rifugiato dapprima in 'Pianura’ e poi al ‘Butterale’', località sopra Brenta, e del dramma della famiglia Corazza che vide il sacrificio di due fratelli ed un cugino. Dei cinque saliti sul S.Martino, Italo Corazza (fratello di Augusto) e Sergio Caminata (cugino) furono sgozzati dai tedeschi (facevano parte della pattuglia a difesa della vetta), Pericle Todescato varcò la frontiera Svizzera, mentre Aldo Tomasi e Giacomo Sacchetti ritornarono a Brenta dove erano rimasti, Augusto Corazza, Ovidio Corazza (un terzo fratello), Giovanni Riva, Luciano Barbaini, Romolo Pizzoccheri, Cesare Grammatica, Giuliano Moiraghi, oltre a quattro prigionieri alleati a loro affidati da Milano. Successivamente il gruppo si trasferì al 'Butterale’ per sfuggire all’identificazione dei fascisti. Corazza scrive: "Dopo alcuni giorni venimmo a contatto col Capitano Bini, Comandante del distaccamento di Cittiglio e di Casalzuigno e in seguito ci fece fare la conoscenza del Comandante di tutta la Valle, Prof. Aldo Curti, in seguito poi cominciarono a giungerci viveri e denaro insieme a ordini, uno dei quali ci comandava di associarci al Gruppo Voltorre (Gavirate) comandato da Fumagalli Lionildo. Verso la metà di Dicembre iniziarono le trattative con Fraschini Nino e col Tenente Rizzi (da noi conosciuto prima ancora della battaglia del San Martino) per far espatriare i quattro prigionieri mettendoli maggiormente al sicuro in Svizzera, anche per essere noi più liberi negli atti di molestia al tedesco e ai fascisti e su questo accordo seguì la partenza dei prigionieri in questione, il 31 dicembre alle ore 20,30. Quella sera ci trattenemmo in paese fino a tardi, sia per festeggiare l'ultimo dell'anno, sia perché potevamo più disporre di noi e al mattino del I° Gennaio 1944, verso le ore 4, ci recammo al nostro nascondiglio. Appena giunti nelle vicinanze fummo assaliti dagli appartenenti delle brigate Muti di Varese. Ne seguì una breve sparatoria nel corso della quale mio fratello Ovidio fu colpito al ventre e dopo nove giorni morì all'0spedale di Cittiglio, … io, Tommasi, Pizzoccheri, Grammatica, e Moiraghi, venimmo catturati, mentre Barbaini Luciano e Riva riuscirono a fuggire, data l'oscurità. [NdA: manca Sacchetti] Insieme [ai quattro] venni tradotto alle carceri di Varese … dove restammo fino al 27 giugno 1944 quando (io, Pizzoccheri e Tommasi) fummo inviati a Bologna dai tedeschi e impegnati al trasporto feriti. Rimanemmo colà 5 giorni, poi riuscimmo a fuggire con un’autoambulanza che veniva a Milano.” - cfr: TAA concordi della gente di Brenta.
[5] FRANCO GIANANTONI: “Fascismo guerra e società bella Repubblica Sociale Italiana (Varese 1943 - 1945) [prefaz di Luigi Zanzi] Franco Angeli Editore , MI 1984, ” cit, pp 224, 227
[6] idem, p 803 – cfr C. MINOZZI: “Aspetti politici…” cit, p 100
[7] ‘CLAUDIO’ MACCHI: “121 Brigata d’assalto Garibaldi ‘Walter Marcobi’ ”, [Prefazione del Sen. Arrigo Boldrini], 1a   ediz. Stampa litografica E. Pozzi – Varese, s.d. (dopo il 1975), p 29. [Ristampato nel 1984 dalla Tipografia ‘La Tecnografica’ di Varese]. ‘Claudio’ era il nome di battaglia di Giuseppe Macchi, che sarà comandate della 121 brigata stessa.
[8] Idem, pp 75 – 78. Nel medio Varesotto operavano al fianco della 121a Brigata garibaldina anche le formazioni autonome "Bruno Passerini", "Leopoldo Gasparotto" e "Italia". I ‘gappisti’ erano gli appartenenti ai ‘Gruppi Armati Partigiani’ (GAP), operanti in clandestinità nelle città.
[9] F. GIANANTONI: “Fascismo…” cit, pp 810, 811. Il fronte della resistenza comprendeva formazioni partigiane inquadratesi secondo varie ideologie politiche; le “Brigate Garibaldi” erano comuniste; le “Matteotti” socialiste; nelle “Fiamme Verdi” si riconoscevano i cattolici ed i popolari in genere. C’erano poi le bande “Autonome”, apparentemente apolitiche ma nelle quali prevalevano di volta in volta monarchici, cattolici, liberali ed altre ideologie. Da ultimo, molti patrioti mossi più da bisogni morali che da scopi ideologici o di partito, si erano organizzati in formazioni di “Giustizia e Liberta” (Giellisti), che poi saranno le meno intransigenti. A fianco del comandante militare vi era il Commissario Politico, in rappresentanza del partito in cui la formazione si identificava. [A. MARCHETTI – P. SANTARONE: “Le battaglie della Resistenza” Varesina Graf. Ediz. Azzate feb 1971, cit, p 185]
[10] F.GIANANTONI: “Una debole Resistenza” su ‘La Prealpina’ 4 apr 1994, 12 apr 1994
[11] Don LUIGI DEL TORCHIO: ‘Non c’è amore più grande – l’atto eroico di Peppino Candiani nel contesto della lotta di Resistenza nel Varesotto’ – La Tecnografica, Varese, mar 1988, pp 29 ss. Non pochi furono i preti che pagarono con la prigione il loro contributo alla resistenza, oltre al già citato don Antonio Gatto, parroco di Duno, vanno ricordati don Pietro Folli di Voldomino, don Gilberto Pozzi di Clivio, don Giovanni Bolgeri, di Saltrio, don Franco Rimoldi di Varese, don Angelo Griffanti di Cantello, ma molti altri dovettero subire le attenzioni particolari degli agenti repubblichini. Il Cardinal Schuster, nell’estate del ’44 a Cocquio Trevisago, durante una funzione attaccò duramente la Repubblica Sociale ed il Duce. [F. GIANANTONI: “Fascismo...” cit, p 756]
[12] GIUSEPPE BACCIAGALUPPI: “Rapporto sull’attivtà in favore di ex prigionieri” Milano 1° febbraio 1946, pubblicato su ‘Frontiera di Libertà’, supplem. a ‘Cünta Sü’ cit, n. 5, 1998
[13] F. GIANANTONI: “Fascismo...” cit, pp 226, 722. Fra le numerose personalità passate clandestinamente in Svizzera ci fu la figlia del Duce, Edda Mussolini Ciano.
[14] Idem, pp 63 ss. I carabinieri, fedeli al giuramento al Re, così come la guardia di finanza, non diedero mai la loro convinta adesione alla Repubblica di Salò, tenendo, a volte, contatti con il movimento di liberazione
[15] Idem, pp 81 ss. Fra le altre mille cose che vennero requisite per uso bellico, vi furono cani e piccioni viaggiatori, animali considerati di preziosa utilità.
[16] Idem, pp 87 ss
[17] Idem, p 215
[18] Idem, pp 83, 477
[19] Idem, pp 214, 493
[20] Idem, pp 217 ss
[21] Idem, pp 432, 441. Dante Gervasini, ventunenne varesino, paracadutista della Folgore, cadde nella primavera del ’44 sul fronte di Anzio per contrastare l’avanzata anglo-americana verso Roma ed il suo nome è ricordato fra i caduti sotto l’arco Mera. Un secondo fratello, Franco, sarà fucilato dai partigiani a diciannove anni. [Enrico Gervasini: “La vera storia di Dante Gervasini” su ‘La Prealpina’ 17 ago 2002]
[22] Idem, pp 438, 538.
[23] Idem, p 679
[24] Idem, cit, p 317
[25] Idem,  p 715. – cfr FULVIO CAMPIOTTI: “Vita e uomini del Battaglione ‘Varese’” su ‘Cronaca Prealpina’, 4 feb 1945. – cfr TAA di Giosuè ‘Rino’ Ronchi di Casalzuigno.
[26] A Varese il comandante di piazza era il magg. Anton Lebherz.
[27] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit, pp 50, 51
[28] Idem, pp 356 ss. Anche la Todt creò un suo corpo di protezione e difesa composto da volontari italiani.
[29] C. MACCHI: ”121a Brigata d'assalto Garibaldi 'Walter Marcobi'" [pref del sen. Arrigo Boldrini] 1a ediz  Stampa litografica E. Pozzi - Varese s.d. (dopo il 1975)- 2a ediz Tipografia 'La Tecongrafica', Varese 1984, pp 35 ss
[30] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit, p 399 – cfr GIOVANNI ZAPPALA’: “Varese 1944 – L’ospedale ‘Rainoldi’” su AA. VV.: ‘Ospedali Militari Territoriali di Varese (Guerra 1940 - 1945)’, atti del convegno – Hotel Palace di colle Campigli Varese 1 dicembre 2001, Grafica Essezeta, Varese 2002, pp 69 ss. Fra i feriti dell’ospedale ci fu Angelo Campi di Cuvio che non si rimise più e morì il 5 giugno ’48.
[31] Notizie gentilmente fattemi pervenire da Gianni Pozzi di Gemonio. Le officine Reggiane oltre che nell’ex fabbrica Sonnino di Besozzo, erano sfollate negli stabilimenti SNIA di Cocquio Trevisago, e Roncari di Gemonio. TAA le ha fornite pure il sig. Battista Magni, di Cocquio, al tempo garzone prestinaio, che ricorda come ‘Radio Londra’, ascoltata segretamente di notte nel prestino, annunciò il bombardamento su ‘Cocchìo’, come storpiato dallo speaker, e le voragini provocate dalle bombe.
[32] C. MACCHI:”121a Brigata ... cit, pp 35 ss
[33] Idem
[34] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit, pp 211, 212, 717 - cfr G. POZZI: “Calendari Gemoniese n° 2 – 1982,” cit, feb
[35] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit, pp 230, 231
[36] C. MACCHI:”121a Brigata ... cit, pp 43, 48
[37] TAA di Marcello Peregalli, il morto era Fermo Barassi..
[38] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit, p 686 – cfr G. LANEVE ALBRIZIO: “Nel trentesimo anniversario...” cit (1 pt). Questo Pomati sarà giustiziato dai partigiani dell’Ossola nel dicembre del ’44.
[39] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit, pp 415, 416
[40] Idem, pp 426, 427 - TAA del partigiano Carlo Parietti di Mesenzana, il quale ha dichiarato di essere del gruppo salito sul monte “in collegamento col capt. Lazzarini, con lo scopo di catturare agenti fascisti che si spacciavano per emissari partigiani, ma la concomitanza col Lazzarini saltò e per fuggire dovettero sparare”.
[41] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit p 427
[42] DANIELA FRANCHETTI: “Cronologia della resistenza in provincia di Varese” su ‘La resistenza in Provincia di Varese – il 1944’, Istituto Varesino per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea, Franco Angeli – 1985 – Mi, appendice 2
[43] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit, pp 461
[44] D. FRANCHETTI: “Cronologia della resistenza…” cit
[45] C. MACCHI:”121a Brigata ... cit, pp 53 ss
[46] F. GIANANTONI: “Fascismo …” cit, p 327
[47] Idem, p 331
[48] Testimonianze concordi all’Autore della gente di Laveno.
[49] C’è ancora gente a Cuvio che si ricorda una giovane sfollata di bella presenza la quale nel dopoguerra otterrà una certa notorietà nel mondo della televisione, si trattava di Marisa Borroni, nipote dell’olimpionico Porro, che sarà la prima annunciatrice TV.
[50] F. GIANANTONI: “Fascismo...” cit,  pp 273 ss
[51] C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, pp 48 ss
[52] F. GIANANTONI: “Fascismo...” cit, p 457
[53] “Un secolo di Storia” cit, p 8. – cfr F. GIANANTONI: “Fascismo...” cit, p 455. La repubblica partigiana dell’Ossola ebbe vita dal 9 settembre al 14 ottobre ‘44. Il 3 ottobre gli anglo-americani bombardarono distruggendolo, il ponte sul Ticino a Sesto Calende.
[54] F. GIANANTONI: “Fascismo...” cit, p 477 – cfr C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, pp 70 ss
[55] F. GIANANTONI: “Fascismo...” cit, pp 477 ss. Alla Gerra furono fucilati Lozzio, Carignani, Fornara e Stalliviere; a Brissago, i cugini Giacomo e Giampiero Albertoli, Di Marzio, Girani e Tappella; alle Bettole Ghiringhelli, Coppelli e Trentini. Il Lazzarini, dopo la decimazione della banda, si rifugerà in Svizzera e successivamente in Francia dove parteciperà alla liberazione di Strasburgo e Colmar. Nel febbraio ’45 raggiunse il lecchese continuando la lotta armata per fare ritorno a Luino nei giorni della liberazione. [idem, p 803] A Luino, si ricostituì un gruppo denominato Aimè, un ex alpino disertore della ‘Monterosa’ che si sacrificò par salvare il Lazzarini in un agguato. Per l’eliminazione di Rosato vale anche la TAA di Carlo Roncari di Cuvio, testimone oculare del fatto.
[56] C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, pp 75 ss
[57] idem, pp 77 ss
[58] F. GIANANTONI: “Fascismo...”  cit, p 497
[59] C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, pp 89, 90, 91
[60] idem p 105
[61] idem, pp 114 ss
[62] ‘Cronaca Prealpina’ 31 gen e 4 feb 1945. Tra i morti si contarono Bernardo Peregalli di Rancio il cui corpo fu ritrovato qualche giorno dopo in una chiesa della zona, [idem – cfr TAA del nipote Bonari Marco di Rancio]; Raffaele Badi di Cassano [ricordato da una lapide sulla casa natale]; Giuseppe Malinverni sfollato ad Orino [TAA di Carlo Pedotti di Azzio]. Sul Treno vi era pure Axel ‘Aki’ Lohofener un bimbo tedesco di sei anni abitante a Cuvio che si porterà addosso per anni lo spavento. [TAA di ‘Nini’ Fasulo di Cuvio]
[63] Osvaldo Valenti e Luisa Ferida erano due attori che aderirono alla famigerata banda Kock e che verranno giustiziati dopo la liberazione.
[64] C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, pp 120, 121 – cfr F. GIANANTONI: “Fascismo...”  cit, p 537.
[65] C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, pp 128, 129
[66] idem, pp139 ss – cfr F. GIANANTONI: “Fascismo...”  cit, p 555. Non erano più presenti i brigatisti della Compagnia Arezzo di Besozzo perché chiamati due settimane prima in difesa della Valtellina. [idem p 839]. I caduti per la resistenza, in Varese e nelle valli del Varesotto furono un’ottantina, S. Martino compreso.
[67] C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, p 148
[68] Testimonianze concordi all’Autore della gente di Brenta. A Varese durante la Repubblica di Salò, aveva trovato sede, ma rimanendo del tutto inattivo, un grosso contingente del PAI, la polizia coloniale d’Africa.
[69] C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, p 142
[70] “Corriere Prealpino” 17 mag 1945. Dopo la liberazione, venne nominato un Governatore alleato della Lombardia nella persona del ten. col. Charles Poletti, già speaker di ‘Voce dell’America’ la trasmissione che, assieme a ‘Radio Londra’, dava informazioni cifrate ai partigiani ed invitava alla resistenza. Charles Poletti, insignito della cittadinanza onoraria di Varese, era figlio di emigranti italiani, il padre piemontese e la madre di Cadegliano Viconago. [F. GIANANTONI: “Poletti, l’americano di Varese” su ‘La Prealpina’, 6 nov 2002] Originario di Cadegliano, dove nacque nel 1911, è anche Giancarlo Menotti, l’ideatore nel ‘58 del ‘Festival dei Due Mondi’ di Spoleto.
[71] C. MACCHI:”121a Brigata d’assalto Garibaldi…” cit, p 142. Due furono i processi più eclatanti a valcuviani; il primo fu quello tenuto nel giugno ’45 contro l’ex commissario prefettizio di Cabiaglio, Francesco Parini, condannato a 10 anni e di cui si è già parlato nel capitolo precedente nt 4. [“Fascisti alla sbarra..”cit su ‘Corriere Prealpino’ 3 giu 1945]. Il secondo all’anziano notaio gemoniese già podestà, Massimo Sangalli, aderente al ‘Gruppo della Volpe’, organizzazione antifascista, che fu ritenuto responsabile dell’arresto di De Grandi e condannato a morte in prima sentenza l’8 giugno ’45, pena successivamente amnistiata. [F. GIANANTONI: “Fascismo...” cit, p 722]

giorgio.roncari@virgilio.it

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