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SUOR GIACOMINA PERUGGIA

SUOR GIACOMINA PERUGGIA

LA SUORA PARTIGIANA DI CUVIO

 Qui, nei nostri paesi, non si sa nulla di lei ma, nella Val d’Orba e nel basso alessandrino, era conosciuta come la suora partigiana, molto amata e stimata; si tratta di suor Maria Giacomina delle Immacolatine di Genova, al secolo Annunciata Peruggia di Cuvio che, durante la resistenza, rischiò la vita per dare assistenza a soldati e partigiani e le sue gesta di grande coraggio sono apparse su quotidiani e libri. A noi la sua storia l’ha raccontata la nipote Annamaria Peruggia.
“Mio padre mi raccontava che la zia Annunciata, nata nel 1899, era una bella ragazza dal carattere estroso e deciso che non lasciava presagire una conversone, aveva anche uno spasimante di Cabiaglio e quando, una mattina, all’improvviso disse che voleva diventare suora nell’ordine delle Immacolatine rimasero sorpresi. La nonna Angelina e il nonno Camillo, che era anche sacrestano. erano molto religiosi e dubitavano di un’infatuazione per emulazione dal momento che, poco tempo prima, avevano preso il velo per lo stesso ordine, Rosa Torrighelli, che col nome di suor Leopoldina, diverrà madre generale dell’Ordine dal ’53 al ’68, e due sorelle Viola, tutte di Cuvio. Paventavano un successivo disonorevole ripensamento. Lei li rassicurò che aveva sentito una chiamata e doveva andare. Aveva 19 anni.
Nel ‘23, prese i voti nella cattedrale di Genova, cerimonia a cui parteciparono sua sorella Maria, e mia mamma Agnese. Tutte le novizie entrarono a capo chino e mani giunte andando a sdraiarsi faccia a terra, come di rito; lei, disattendendo gli ordini, cercò invece le parenti con gli occhi e vedutele non seppe trattenersi dal salutarle con un cenno di mano, ricevendo un rimprovero da una consorella. Assunse il nome di suor Maria Giacomina (per tutti solo Giacomina). L’ordine la farà studiare da maestra e poi la mandarono all’asilo di Predosa, un paesone contadino di colline e campagne fra Alessandria e Ovada dove è quasi sempre rimasta.
L’ho conosciuta quando avevo 16-17 anni, un’estate che sono andata da lei a spigolare pannocchie di granoturco e grappoli d’uva che i contadini lasciavano deliberatamente indietro qua e là nei campi. Con lei e l’altra suora che c’era, indossati stivaloni e cappellacci, aiutati da qualche giovanotto di Predosa, abbiamo raccolto parecchia roba perché la gente era generosa. Spigolare in quei paesi, era pratica usuale, lei poi faceva macinare il granturco e pigiava l’uva, spedendo polenta e vino, e conigli e galline che allevava, alla casa madre, perché l’Ordine si sosteneva anche di quelle elemosine. In quell’occasione mi ha raccontato la sua esperienza di guerra.
Durante la resistenza, nella cantina dell’asilo di Predosa, nascondeva partigiani, soldati sbandati, inglesi, americani e anche qualche tedesco disertore. Ce n’erano sempre una decina e la sera faceva dire loro il rosario; lei pregava in italiano e loro rispondevano nella loro lingua. Molte persone del paese l’aiutavano portandogli panni e vestiti borghesi per i militari. Stavano lì uno o due giorni e poi se ne andavano travestiti da contadini, con in spalla un rastrello o una zappa e un cappellaccio in testa. Non li faceva uscire di notte ma alla luce del sole perché riteneva dessero meno nell’occhio. Li salutava con un: ‘che Dio ve la dia buona’. Se si son salvati tutti non lo sapeva, dopo la guerra però qualcuno gli aveva scritto ringraziandola.
  Continuò un bel po’ la storia finchè, un giorno, fu avvertita di far fuggire i rifugiati perchè la sera ci sarebbe stata una retata dei tedeschi. Arivarono alle dieci di sera e suonarono la campanella, erano quattro o cinque e volevano lei. Un ufficiale le disse: ‘Tu dovrai essere uccisa perché sei nemica dei tedeschi, sappiamo che nascondi i partigiani e adesso facciamo una perquisizione’. Mentre le altre due suore presenti scomparvero nelle loro stanze spaventate, lei li affrontò decisa, senza paura, negando ogni accusa, accompagnandoli nell’ispezione. Frugarono in tutte le stanze e in ogni nascondiglio, anche negli armadi, ma non trovarono nessuno. Dovevano però essere stati ben informati (e lei sapeva anche da chi) perché, pur senza prove e con la gente del paese sopraggiunta, che assicurava di non aver mai visto partigiani, fu portata a Genova, probabilmente al comando tedesco, dove la tennero isolata in una stanza. Non la trattarono male, gli lasciarono il breviaro ma le confermarono che l’avrebbero fucilata, anche se lei negava ogni accusa.
Avvisata dai tedeschi, arrivò la madre generale Innocenza Vassallo, alla quale confessò di avere aiutato partigiani e soldati sbandati e di non aver timore di morire perchè lei aveva fatto solo del bene, voleva dire che era giunta la sua ora per il paradiso. La superiora, sorpresa e sbalordita, garantì per lei. ‘Non è vero, vi sbaglliate – diceva ai tedeschi - interrogate la gente del paese.’ ‘Eppure qualcuno del paese ci ha assicurato che aiuta i partigiani’ era la risposta. Dopo due o tre giorni di prigionia l’avvisarono che l’indomani alle 11 l’avrebbero fucilata in piazza De Ferrari, il centro della città, dove quasi tutti i giorni veniva giustiziato qualche ribelle. Non si perse d’animo e chiese di fare una telefonata perché ‘non si può negare l’ultima grazia a un condannato’.
In quei mesi di resistenza aveva conosciuto certo De Ferraris, uno della Democrazia Cristiana clandestina, socio di De Gasperi (del quale conservava una foto dov’era ritratta in sua compagnia). Era uno che nel partito contava, ne era diventata amica tanto che lui più volte era andato a trovarla a Predosa, raccomandondole attenzione e di telefonargli in caso di bisogno. Quella era l’occasione giusta. Prese la cornetta e chiamò questo De Ferraris a Roma, già liberata. Chi abbia contattato il politico, quali autorità abbia smosso, non lo so, fatto stà che dopo mezzora arrivò l’ordine di liberarla. Venne affidata alla madre generale intenzionata a tenerla in convento, ma lei, cocciuta, volle ritornare a Predosa dove arrivò la sera stessa. Le raccomandazioni della superiora, i consigli della gente e lo scampato pericolo la convinsero a stare accorta. Eppoi poco dopo la guerra finì.
Attorno ai sessant’anni si ammalò e la portarono alla casa madre a Genova, a S. Martino dove gli facemmo una visita, io e mio marito Antonio, e lei si commosse moltissimo. Siamo stati gli ultimi parenti a vederla viva, perché, quando nel ’63 morì, l’Ordine, pittosto rigido, avvisò i parenti quando era già troppo tardi e così mio padre e mia zia Maria, accorsi a Genova, non riuscirono a salutarla. La seppellirono a Staglieno nell’angolo riservato alle suore, sotto mezzo metro di terra perché il corpo si doveva decomporre in fretta e lasciare posto ad altre suore. Una decina di anni dopo, io e mio marito, ritornando da vacanze in Liguria, passammo da Predosa. La memoria di mia zia era ancora ben viva tanto che in una cappella vicino all’asilo c’era la sua foto con la scritta: ‘Suor Maria Giacomina, suora partigiana’. Era così stimata che gli dedicarono il nuovo asilo.”
Queste memorie della nipote Annamaria ci hanno indotto a qualche ricerca presso il paese di Predosa, alla biblioteca Berio di Genova, e altre fonti che ci hanno portato a conoscere come le suore dell’Immaccolata di Genova furono fondate nel 1875 da don Agostino Roscelli, sacerdote piemontese che nel 2010 verrà dichiarato santo da Giovanni Paolo I, per insegnare alle ragazze spesso prive di ogni nozione d’istruzione. Suor Giacomina, dopo una prima parentesi dal ‘23 al ‘28, era ritornata a Predosa nel ‘35. Abbiamo scoperto che, del periodo della resistenza, Suor Giacomina aveva tenuto un diario, pubblicato nell’agosto ‘45 su un imprecisato quotidiano di Genova (si possiede solo una parte dell’articolo, uno spezzone senza testata ne data) dal quale veniamo a sapere che la sua attività di patriota ebbe inizio qualche giorno dopo l’8 settembre ’43, quando i paesani portarono quattro soldati sbandati all’asilo ai quali diede cibo e assistenza. Da quel momento fu un continuo confluire di militari di ogni nazione, assistiti con l’aiuto della popolazione. La situazione si fece difficile quando a Predosa s’insediò un presidio tedesco che indusse la suora a muoversi con maggior cautela per evitare rappresaglie. Ciò non la salvò dalla denuncia anonima di ‘sentimenti anti germanici’ che sfociò in una prima infruttuosa perquisizione, anche per il diplomatico intervento della figlia del Podestà che fungeva da interprete.
L’incidente non spaventò Suor Giacomina, che continuò la sua opera umanitaria. Nel marzo ’44 favorì anchè la formazione della sezione femminile di partigiane di ‘Nuvoletta’ (Maria Clara Timossi). Aveva contatti importanti con elementi alessandrini di Azione Cattolica ed era in stretta relazione con ‘don Berto’, (al secolo don Bartolomeo Ferrari), importante figura di prete partigiano e scrittore, cappellano della Divisone Garibaldina ‘Mingo’ operante nell’appennino genovese e nella Val d’Orba. Era in contatto con De Gasperi e riteniamo sia quel De Ferraris di cui parlava la nipote Annamaria.
I tedeschi però la tenevano d’occhio e la prelevarono in una successiva perquisizione, quella che lei ha raccontato alla nipote. Anche dopo la gazia non rinunciò del tutto ai suoi ideali recando aiuti ai dispersi nei numerosi cascinali del comune e ospitando, all’approssimarsi della liberrazione, convegni segreti di patrioti nelle aule dell’asilo. Conosceva anche De Gasperi, in compagnia del quale ebbe modo di farsi fotografare e al quale, simbolicamente, all’indomani della difficile Conferenza di Pace di Parigi nell’agosto ’46, inviò del pane fatto da lei, per ristorarlo delle fatiche politiche e fisiche sostenute.
All’asilo di Predosa restò fino al ’59 quando la malattia la colpì. Morì nella Casa Madre di Genova il 4 maggio ’63. La stima ed il riconoscimento verso questa donna di religione, dal carattere forte, generoso e volitivo, spinse poi il comune a dedicargli, nel marzo 1989, il nuovo asilo. Così scriveva il quotidiano ‘La Stampa’ il 30 aprile 1989: “In occasione del novantesimo anniversario della nascita della religiosa, il Comune di Predosa intitolerà domani la scuola materna a suor Maria Giacomina per la sua opera verso i deboli e i bisognosi e per la grande dedizione ai bambini. Alle 11, dopo la messa, sarà scoperta la targa che ricorda la religiosa, quindi parleranno il sindaco Carlo Tagliafico e mons. Berto Ferrari".


Giorgio Roncari                         (giorgio.roncari@virgilio.it)
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